All’entrata del cielo odori di nocciole
troppo stagionate (ci vorrebbero satelliti
di canfora, lavande, viola appena colta).

Le montagne impiallacciate di mogano
chiedevano restauro o, finalmente,
demolizione. Arcuata nel controsoffitto
s’allargava la schiuma verdina del tempo
aveva ormai preso consistenza di cupola
nonostante l’insolenza degli armadi.

Solo la terra reggeva astuta il paragone
con le diverse opere degli uomini
contorta di radici lieta nel disegno
primaverile ingiungeva alle polveri di
sopportare desideri smaglianti, i venti.

Dovemmo tenerne conto : con le mura
avemmo conversazioni sommesse talora
concitate di progetti, costantemente ci
volgemmo ad osservare i sassi che nei
ciottoli del fiume si specchiavano portando
a galla il sentimento lavato da millenni
di note – parole (da mondi diversi avevamo
raccolto preziosi da mostrarci l’un l’altro
e lei – la mandorla amara del nostro giardino –
cresceva in grazia e in bellezza) la luna
aveva scelto la sua casa nel nostro segno
ma stabilmente vi soggiornava il pianeta
amoroso della nascita. Apprese dunque
dopo non molto un modo cortese
quella casa, amabilmente osò perfino
dirci di no. Ci prese la mano lei stessa.

Divelta dalle fondamenta comprese.

Arresa, rinacque.

foto: Mathieu Irthum-Paradox 2

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