Ciò che la poesia di Vitagliano sembra mimare con il suo linguaggio convulso e allucinato è l’accumulo insensato di oggetti che affollano gli spazi della quotidianità, assunti come figure del deragliamento  (determinato dal progressivo appiattimento morale ed affettivo degli essere umani) del processo conoscitivo dal senso ultimo del reale.  L’adeguamento sempre più pressante alle esigenze di un ‘economia  priva di ogni giustizia sociale, Vitello d’oro dei nostri giorni, ha, infatti, escluso dall’orizzonte conoscitivo dell’uomo la dimensione spirituale dell’essere, dimezzandone senso e profondità.

Se, dunque, l’uomo è solo un corpo offerto, senz’altra via d’uscita, all’usura del tempo allo stesso modo che le cose, e se il corpo viene ridotto ad uno strumento di percezione delle qualità esteriori e transeunti del reale, di cui non è dato conoscere il segreto tessuto -per cui l’esserci delle creature  si  colloca all’interno di un infinito fieri senza origine e meta-, anche la poesia finisce con il dibattersi dentro “l’afono labirinto di carta” della scrittura i cui significanti perdono significato riducendosi ad una sorta di poltiglia sonora: “Ma oggi le foglie/ non hanno più nome/ perché con gli stessi nomi / chiamiamo cose diverse, / le soglie, le voglie, le spoglie” (Paesaggi 3, pag. 40)

Tale perdita di significanza della lingua poetica, come custode e garante della nominazione delle cose e della loro  conoscibilità e riconoscibilità all’interno di determinate certezze valoriali, finisce con il determinare anche l’indifferenza etico-ideologica verso i fenomeni sociali del mondo contemporaneo, che Vitagliano descrive, tra pietas nostalgica e ferocia disincantata, attraverso paesaggi urbani e naturali, dei quali è messa in rilievo, come scrive il prefatore Giuseppe Panella, “la dimensione straniata ed allucinata”  dentro uno spazio-tempo recintato e congelato.

Della fitta e ingombrante presenza degli oggetti fa parte il corpo, che ad essi non solo viene continuamente paragonato: “cartone srotolato”, “tenda che pende”, “vetro ricolmo d’acqua”, ma  da essi è come inghiottito e privato del suo metafisico slancio interiore, come si legge in  Paesaggi 1, uno dei testi più belli dell’intera silloge, in cui nemmeno le terrazze sui tetti “sono più sgombre”, e, “imbrigliate dai fili di ferro”,  da “piattaforma per le stelle” si sono mutate in un inciampo per gli occhi e i piedi. La memoria della voce di un misterioso portiere ( che forse potrebbe essere l’angelo custode) continua, però a ripetere al poeta “Non ci abbandonare”, come se gli chiedesse di salvarsi e di salvarlo  ritrovando  la dimensione che “un tempo ti lanciava via”.

Sembra allora che, nonostante l’inautenticità di questo mondo, la poesia di Vitagliano abbia ancora il fiato necessario per opporvisi e tentare il modo di sottrarre l’amore all’indifferenza e al gioco raggelante della dimensione virtuale, restituendolo alla speranza e al colore e calore del sentimento: “Se solo ci fossimo parlati / ascoltando le parole, / invece di spiarci muti / i profili si facebook” (pag.30) scrive, infatti, reclamando un contatto concreto.

Si ha, insomma, la sensazione, dopo avere letto il libro, che dalle sue pagine salga l’invocazione a che di nuovo sia restituita ad ogni cosa la profondità oltre la superficie, e alla parola poetica il  suo peculiare ruolo salvifico.

E’ vero: gli occhi di Vitaliano si aprono sulla realtà sgombri di lacrime e però tornano, dopo l’imbecille roteare della vita (auto, stracci, strade, carte, pietre, come in Paesaggi 2, pag. 39)  verso quella zona di silenzio in cui accade il festoso processo di restaurazione del proprio “io”, proteso verso una dimensione interiore, desolata, ma viva e vera: “Ed è di nuovo festoso questo restaurato silenzio, / perché sì, non c’è niente di più familiare / di questa mia, ritrovata e piena desolazione.” (pag. 29)