Dopo il bello filosofico che vuol dire (anche) matematico, Giacomo Signore apre alla bellezza poetica, ovvero al trasferimento del giudizio concettuale di realtà, nel sublime riflesso estetico che la ragione nasconde agli occhi degli umani.

Per dirla tutta, ad aprire il velo “metapoietico” della realtà ci aveva provato il genio tragico dei greci e, dopo di loro, alcuni filosofi e matematici e poeti che, contro la pretestuosa compiutezza della ragione, avevano intrapreso le strade della metafisica con l’idea di configurare la tesi dello scioglimento del limite del pensiero nell’oltre visione. Nel configurare questa provocazione, la silloge di Giacomo computa una crescente ironia che entra nelle maglie di una complessa tesi che aggiunge al sostantivo di Corpus il predicato di metapoetico aggiunto dall’autore, filosofo e matematico. Il “corpo metapoietico” diventa piano metaforico su cui l’autore indaga l’anatomia del reale, seguendo un piano di clivaggio che porta il nome che la stessa materia incarna – Ma-thema, conoscenza – solo depurata dal suo contenuto assiomatico (e – così pure – per un istante, ora ancora, rivoglio farmi l’idea che tu /  fossi morta proprio lì piegata nella cucina spaziosa verdastra in pochi istanti morta). La sua non è presunzione visionaria, ma coscienza razionale di chi coglie l’universale in un tempo diviso dalla stessa grammatica del linguaggio che, nella regola, trova i temi convettivi cari alla poesia tradizionale. Infatti, l’ispirazione è abituata a ricevere un’eco di incompiuto e di mistero che dai romantici in poi è piaciuta molto alla nostra letteratura, poiché nulla è più intrigante di un orecchio posto ai margini di una fessura che lascia passare una possibile (ma mai trovata) sonorità nell’oltre visione.

Nella sezione dedicata ai Teoremi d’incompletezza, l’autore annuncia il suo progetto: Mettiamo che sia sera; due gatti antropomorfi / dialogano appollaiati su un ficodindia carbonizzato e pone, contro tutte le parafrasi del concetto e del presente fotografico, un tempo unico a garanzia di una realtà tradotta con grammatiche leggibili attraverso lo strumento compositivo costruttivista che però, all’assioma, sostituisce la libertà del possibile.

Di solito, scrive il poeta, tendo minuziosamente / categoricamente ad escludere / ogni possibile costruttivismo; / ma la scrittura, sai, è questo mostruoso / desiderio insolubile / di possedere – tutto il resto e questa realtà / (che gocciola sui libri sui vetri inondando gli occhi…). Con un colpo di coda l’autore spiega subito come la ragione, oltre ad essere in grado di rappresentare le cose come sono percepite dai sensi, si affida al Corpus metapoetico dove ciò che sembra inconciliabile con le forme universali si interroga attraverso la fisiologica tensione del tempo di connettersi con tutta la materia (a cui pregiudizialmente attribuiamo limiti materici).

La realtà, ora affidata all’immaginazione, inserisce il corpo entro un’indagine speculativa indotta dallo stesso intelletto, per avocare una parte costitutiva della stessa logica che è l’uscita dalla concettualizzazione della realtà (con l’idea di bello, o di male, ad esempio) ed entrare meta-sensorialmente in ciò che universalmente è possibile.

Erroneamente inteso come “surreale”, il possibile apre a diverse sfaccettature di giudizio sulla realtà che, per dirla con Kant, sostituisce alla determinante sintesi conoscitiva, cioè la norma, la sintesi morale.

Appena ho letto i primi versi di Giacomo Signore, ho avuto subito l’impressione di trovarmi davanti ad un quadro di Escher. Questa similitudine mi ha fornito i lemmi per capire che l’immaginazione utilizza la stessa materia–corpo come strumento di uscita da una conoscenza oggettiva, quindi assiomatica, versus una conoscenza soggettiva che va oltre l’inverosimile geometrico, quindi libera ed etica.

La resa è possibile quando il bello è ciò che piace universalmente senza concetto, perché gioca come un bambino secondo regole dettate dall’immaginazione. È, in un certo senso, l’effetto che interviene prima di una causa.

Il gioco dell’artista è di cogliere l’immaginazione come il travaso da quel codice assiomatico (ad esempio, il triangolo per essere triangolo deve avere tre angoli) che entra in un soggettivo (paradossalmente universale in quanto possibile) per poi conquistare il sublime che, come atto libero, è infinito.

 

Aky Vetere