Come scrive Mario Santagostini nell’introduzione a “Mnemosyne” di Michele Montorfano il libro è: “Un crescendo di sequenze e scene d’orrore”. Giustamente si può pensare ad un immaginario di violenze, di forme azzerate, raffreddate dalla crudeltà perpetrata e ricevuta: ” Ogni cosa era in attesa del sangue”. L’assetto di “Mnemosyne” è poematico; la slegatura interna ai componimenti comporta una chiara ruvidità di lettura. L’incubo storico del Nazismo, citato da Montorfano (soprattutto nella prima parte del libro), rappresentato attraverso frammenti di fortissimo impatto, è il vertice estremo del dolore: ” Alcuni, pescati dalle file/ venivano gettati dentro interminabili canali/ altri, passati tra i poli delle spine/ sono gelati all’improvviso./ A un passo dalla vita/ i vetri orbitali si staccavano dall’impianto./ I capelli cascavano come guanti”. Non si può leggere Montorfano  senza pensare anche all’orrore interiore, quasi metafisico: ” La violenza è lì, dove brilla il/ tabernacolo./ E’ dove sei tu. Senza rovine”. La pietà, è per un futuro che non arriverà mai, in questa sicurezza, c’è l’operosità della poesia:” I meridiani si arroventano./ Rumori di latta,/ d’aria di cottura./ Sotto la fascia del collo/ la lingua cerca un’uscita./ Cola lungo il tronco,/ schiuma sotto le punte./ Oltraggia chi ha sete,/ chi dice: “verrà un giorno,/ finalmente…”. Si può parlare tranquillamente di un amore che torna o che progredisce verso il niente, verso la distruzione: ” Era la grande estate che ci travolse tutti./ E’ la donna, la pietra, che sbrana se stessa”. Il lavoro di Montorfano produce una continua esigenza di memoria ( il titolo è l’elemento fondante). Ogni funzione, ogni attimo, ogni ricordo è traccia e identificazione di noi, di una possibile residua speranza: ” Sei sola ora. Come la luce”.

di Luca Minola

Da “Camera dei prolegomeni: Arbeit macht frei”

*

Si sentono ancora i cani latrare, alzare calici, brindare
fino a squarciare il telo dei soprabiti.

E le bocche ansimare, rovesciare un secchio d’acqua
purissima, incitare il coltello ad essere feroce nel grasso;
e le mani applaudire nella notte logora, nuda, bellissima.

 

*

Finestre aperte tra muri e forni.
In mezzo, tra pile dei vestiti
ossa lunghe cercano sorgenti
con un’idea che li erode e li vizia

quasi che la cornice sia a resistenza della forma
e che Dio sussista al male
per sconvolgersi.

 

Da “Il mondo migliore”

*

Gli occhi stampati. Forzati. Le giustificazioni.
Le prime ore del mattino. Ed ecco la luce brucia
il silenzio delle gretole.

Cappotti verde scuro tra il fogliare degli alberi.
Il sangue scivola nelle vene con dolcezza.
Ogni cassa chiusa è un buco nella carne.

 

*

Guarda.
Li puoi vedere asciugarsi la bocca,
raccogliere il fiato misurato sui morti;
cozzi di chiglia, omeri,
cordoni gonfi per le spalle bruciate dagli arnesi.

Li puoi vedere succhiare un pezzo di vita;
un giorno d’amore come il nostro.

 

Da “Io sono l’amore”

*

Ma ancora ora è l’ora degli astucci,
delle ossa smontate, la decodifica delle vene…

“Che tutto sia te,
pietà del momento”.
E lo dice bucando più giù delle gole
quando stanno stese.
Più giù;
nel male cercato nel principio delle mani tese.

 

 

Nota Biografica.

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Michele Montorfano è nato a Como nel 1976. Ha studiato cinema, pedagogia e filosofia. Alcune sue poesie sono apparse su La Mosca di Milano e sull’almanacco dei poeti e della poesia contemporanea per Raffaelli editore. Con: Mnemosyne (Lietocolle 2013) quest’anno è stato finalista al premio Villalta Poesia e al premio Fogazzaro. Vive a Milano.

tratto da il Ramo d’oro blog http://ramodoroblog.wordpress.com/2014/12/08/mnemosyne-di-michele-montorfano/