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Con questa silloge Sandro Angelucci consegna ai suoi lettori una lezione sulla “Poesia” divisa in 72 capitoletti più o meno lunghi, quanti sono esattamente i testi poetici che la compongono. Sfogliandone le pagine, contiamo moltissimi punti interrogativi a conferma che la poesia non dà risposte, ma è casomai una domanda aperta sul mistero che coinvolge le tante e diverse creature del mondo, e che l’unico filo con il quale essa possa legarle insieme è quello intessuto dal suono delle parole, le essenziali divinità della più antica religio conosciuta dall’uomo, cui affidare esistenza e consistenza, se è vero che solo ciò che è nominato esiste.

La nominazione che fa la poesia è, però, di natura particolare, perché essa non serve a dare ordine ad un enunciato, tanto da potere scavalcare, se vuole, anche le norme che regolano la lingua,  e non giova alla sfera pratica, tant’è che sembra votata alla all’“inutilità” preziosa della Bellezza. Essa possiede un linguaggio misterioso che si aggiunge al mistero indagato e che, tuttavia, sembra contenere una sapienza che va oltre se stesso.

E così, dopo avere cercato e domandato,  il poeta  Angelucci conclude che, solo se  “si aggiungono voci”, le voci delle altre creature, il linguaggio della poesia può  coincidere con quello cosmico: si tratta, allora, di fare silenzio e di stare ad ascoltare spartiti e sonorità diverse, e perfino di accogliere i silenzi degli elementi che non hanno voce, ma sono e partecipano al Grande Respiro, al suo soffio che spira e non può essere trattenuto.

Entrano, allora, nei versi di Angelucci fiori, animali, cieli, fiumi e montagne; ed ognuno di essi canta il flusso perenne d’energia, lo stesso che nell’affresco michelangiolesco trascorre dal dito del Padre creatore verso la sua prima creatura umana (come scrive in “Allunga ancora verso me quel dito”, pag. 59).  Fra i molti animali, sono più frequentemente nominati  gli uccelli: usignoli, rondini, pettirossi, tortore, passeri, ma soprattutto i merli con i loro becco d’oro, simbolo stesso della poesia, così cari a molti poeti e musicisti. Il simbolismo che li riguarda è fittissimo in ogni epoca e civiltà: la comprensione del linguaggio degli uccelli apparterrebbe solo agli iniziati (Sigfrido, San Colombano, Francesco) e alluderebbe alla conquista dell’immortalità, ossia a quella “reintegrazione -come scrive René Guénon-  nel centro dello stato umano, cioè nel punto in cui si stabilisce la comunicazione con gli stati superiori dell’essere.”  Infatti, essi spesso sono considerati quali simboli degli angeli.

Se non si condivide questo pensiero simbolico,  è impossibile comprendere un folto gruppo di poesie di questa silloge che variamente vi alludono e, specialmente, a cominciare dal suo titolo, “Merlo infinito” (pag.19), in cui appunto questa creaturina alata  suscita domande come: “Ma dove voli, dove ti rifugi, / quante ali possiedi, / quanto sei grande?”, che sono veicolo dello sgomento suscitato dalla considerazione dell’infinito o dell’immortalità, che sono, poi, la stessa cosa, se spazio-tempo costituiscono un’entità sola. In un altro testo (“Lo stormo”, pag. 52) l’arrivo di uno stormo di uccelli sconosciuti, che solca il cielo e poi improvvisamente sparisce, diventa per il poeta un’epifania sacra, tanto da fargli credere che degli angeli siano discesi nei pressi del suo giardino come per concretizzare il suo anelito ad essere uno di loro. E, sempre sullo stesso tema, leggiamo a pagina 20 uno dei testi più metafisici della silloge: “L’inventario”,  percorso da un’ ininterrotta vibrazione di ali, una “accanto all’altra” “tra i cespugli” che annunciano partenze “per cieli nuovi”  e la liberazione dei sogni umani; e che mi fa pensare a quelle pale sacre su cui sono dipinte affollatissime ascensioni d’angeli che conducono verso il cielo la Vergine o qualche santo. Perché, da sempre, (è sufficiente, per rendersene conto, leggere i titoli delle due sillogi precedenti: “Il cerchio che circonda l’infinito” e “Verticalità”) Angelucci canta lo slancio dell’anima verso l’alto, verso l’infinito, verso l’Origine.

E però una novità illumina i versi di “si aggiungono voci” ed è, appunto, come prima si diceva, l’ascolto dei linguaggi non-umani, sentiti come sapienziali, come segnali sonori o silenti del sacro. E il fatto che  tutto questo possa avvenire nel giardino che circonda la propria casa, significa anche che il mistero è vicinissimo, che è là dove decidiamo che ci parli e che la scala di Giacobbe può essere semplicemente un albero (“All’albero del mio giardino”, pag. 62) da abbracciare e baciare come “antichissimo padre, madre ed amante”; che l’infinito può nascere non “oltre”, come accade a Leopardi, ma “sulla” siepe dove decine di farfalle, simili ad angeli, sembrano creare una colorata “imprevedibile galassia” (“Intorno al cespuglio”, pag. 34). Per questo nella poesia “Icaro”, a pag.17, il mito greco viene riletto in modo diverso, ed il gesto del giovane, che indossa un paio d’ali in cerca di “paradisi inesistenti” e non si accorge che già possedeva la stella che desiderava, appare un atto di superbia.

Il mistero, insomma, ci è accanto, ci sfiora, ci accompagna, ma  non ci sottrae alla vicenda terrena ed al male: anche nell’Eden “domestico” esso giunge attraverso i mass-media che diffondono notizie di odio e di violenza, di inganni e di disastri che turbano e confondono, che rendono inspiegabile il disegno divino, la sua logica suprema (“La logica suprema”, pag. 85). Infatti, il mistero, nonostante i molti segnali, le molte voci, “l’uccello che non finisce di cantare”, resta pur sempre tale, “vicino e distante”, qualcosa che colloca il pensiero su una soglia, vacillante, dubbioso, dolente, pur se aggrappato alla speranza ed alla percezione che quella soglia tra al di qua ed aldilà non sia poi così solida e che, forse, fine ed inizio si confondono, se l’inizio è votato alla fine solo perché quest’ultima possa generare altra vita.

Angelucci affida le sue riflessioni ad un linguaggio trasparente ed elegante, di impronta classica, animato da una freschezza singolare di sentimenti, nel tentativo di  aderire all’assolutezza delle intuizioni e alla felicità delle immagini. E, tuttavia, esso conserva spazi di inafferrabilità e perfino qualche lacerazione di significato come a ribadire che, nonostante la poesia, la bellezza e la speranza, vivere tenendo alto il cuore è pur sempre una cosa difficile e, qualche volta, ardua, che non esclude cadute.

Restano, a lettura ultimata, una sensazione di grazia musicale per quel che riguarda la resa espressiva,  e un messaggio di sapore francescano sulla necessità dell’amore come unico strumento di condivisione e di armonia. Ma, come dicevo all’inizio, la lezione più importante, svolta in 72 capitoli-testi, è quella che non c’è espressione più alta e sacra della poesia a cui affidare il mistero stesso della vita e della morte, così che non mi sembra troppo azzardato definire questa silloge di Sandro Angelucci, un rosario di invocazioni, un mantra sul Grande Respiro universale. E chissà perché il numero dei testi mi fa pensare ai 72 discepoli, (tanti quanti i nomi di Jahvé), inviati da Gesù verso tutte le direzioni della terra; e anche ( sembrano cose tanto distanti, ma non è vero se si interpretano bene i travasamenti prima accennati) a quel congedo che chiude la più famosa canzone del Petrarca, “Chiare, fresche e dolci acque”, che così recita: “Se tu avessi ornamenti, quant’hai voglia, / poresti arditamente / uscir dal bosco, / e gir in fra la genti”.

 

 

Franca Alaimo

 

3 dicembre 2014