di Catia Manna

Poi, non avendo altro da fare
mi sono preparato una tazza di caffè,
ho preso le sigarette,
e ho fatto il giro lungo fino alla scogliera
sopra l’oceano e

laggiù
al freddo sulla roccia
connesso al momento
ho spalancato gli occhi
appena in tempo
per contemplare
un altro perfetto tramonto a Malibù”

(p. 32)

Santa Monica, Venice, Malibù, Los Angeles. Note biografie ci dicono che qui, al tiepido risveglio delle spiagge, nel garbuglio di luci notturne, su strade mobili, in tanti hanno cercato prova del loro esistere. Scrittori d’ogni sorta, molti rimasti nella storia: Kerouac e con lui la beat generation, Bukowski, John Fante. Hanno trovato, nella poesia di assecondare la vita e scriverla, la loro identità. Hanno scandito la prosa dei giorni in azioni apparentemente insignificanti, a volte era davvero soltanto guardare un bicchiere vuoto o accendersi una sigaretta. Dan Fante, anche autore di poesie, è cresciuto qui. Continuatore della saga, di padre in figlio, da quel nonno partito dall’Abruzzo, per arrivare all’America.

Era un montanaro venuto dall’Abruzzo…in una parte d’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti…La sua durezza mio padre l’aveva ereditata da quel modo di vivere. Pane e cipolle, si vantava, pane e cipolle: che altro serve a un uomo? Ecco perché per tutta la mia vita ho provato ripugnanza per pane e cipolle. Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice. Geova in persona.”

(da La confraternita dell’uva di John Fante, titolo originale The Brotherhood of drape, 1977)

Molte poesie di Dan Fante sono dedicate al padre John (Gin & genio, Whitefly Press 2012; ed. or. Sun Dog Press 2002), libri e parole al posto di pane e cipolle, giudice e giuria, un grande scrittore per cui provare ammirazione. La sua storia è nota. Figlio di un muratore italo-americano, John Fante, negli anni Trenta, si guadagnò da vivere scrivendo sceneggiature per Hollywood. Aspetta primavera, Bandini del 1938 fu il romanzo che lo rese famoso. Morì nel 1983.

Le poesie di Dan Fante hanno una andamento prosaico, finché un verso o una strofa spezza il senso critico, dritto al cuore dello scettico. Per chi non bada troppo alle forme quando la sostanza è forte e rievoca anche uno dei più grandi scrittori d’America.

Poi
mi sono ricordato
che quello che davvero hai lasciato
dietro di te
su queste colline ingorde
senza fare attenzione, senza volerlo
non poteva essere né comprato né venduto
Il regalo di John Fante per me
è stato
il suo cuore puro di scrittore

(p.21)

Da quello che aveva rappresentato per lui la scrittura, John Fante sviluppò il romanzo Chiedi alla polvere del 1939, che vede protagonista, ancora, Arturo Bandini, il suo alter ego. Era il luogo e il tempo in cui gli scrittori erano come attori e il cinema un sogno di grande successo. Si cercava uno stile così distintivo di sé, direttamente dalla strada alle parole, da diventare famoso. Si lasciava tutto il resto. Si parlava con editori allo specchio in attesa di una lettera, di conferma e incoraggiamento alle proprie convinzioni. In America, anche la scrittura ha potuto pensare di farcela da sola e ci è riuscita tra umane incertezze.

Mi incantai davanti alla vetrina di un negozio di pipe…Le fumai una per una, immaginando di essere un grande scrittore e di scendere da una grossa auto nera con un’elegante pipa di radica in bocca e in mano un bastone da passeggio, seguito dalla donna con la volpe argentata, visibilmente orgogliosa di me.”

Cara mamma e caro Hackmuth, il grande editore…Il vecchio Hackmuth…il grande Hackmuth con la penna come una spada, che mi guardava dalla parete dove avevo appeso la sua fotografia…La prego, mi dia un consiglio. Crede che ce la farò a scrivere come William Faulkner?…Nessuno ricevette tante lettere da Hackmuth quante ne ho ricevute io; e io le portavo con me; le leggevo e rileggevo e le baciavo…gli dicevo che questa volta aveva fatto centro; un grande scrittore quel Bandini, Arturo Bandini, io, un tipo davvero fantastico.”

(Chiedi alla polvere)

“mi rendo conto che non ha mai dubitato del suo genio

(p.25)

Il bambino del piano di sopra
appartamento D
piange

tuttavia mi ricorda
che l’unica cosa che volevo
nelle notti più nere
e nei giorni più insensati

come lui

era riempire il cielo
della mia
voce”

(p.106)

Sfogliando il L.A. Times Sunday Book Review
stamattina
ho trovato
tre
pagine intere
su John Fante
il mio
vecchio
…e
invece di essere felice per papà

che morte schifosa
per un uomo che un tempo aveva un tale potere
e parole così piene di bellezza
che il cielo stesso
ci guadagnava milioni di nuove stelle

(p.136)

La sincerità delle poesie di Gin & genio ritorna a quell’unico punto di fuga, il padre e la scrittura. In prospettiva, una quotidianità coniugale più arida di quella descritta da John Fante, proprio perché non ha trovato la famiglia, quel legame sacro e, comunque vada, indissolubile. “Voglio diventare polvere” (p.127), “La gente che bisbigliava il tuo nome quando entravi nel bar di Musso” (p.21). Chi può dimenticare Angelo Musso? Il buddha della vigna de La confraternita dell’uva, figura-apparizione tra i vapori di un pomeriggio alcolico, nel completo abbandono verso sé.

L’ultima cosa fattibile
dopo un’infinità d’insopportabili sofferenze
giunto all’ultima casa dell’ultimo isolato
era
arrendersi

e ha funzionato”

(p.55)

niente che sfiori l’autentica risonanza
che hanno nel mio cuore
l’amore, la sofferenza e il sangue
che causiamo agli altri

(p. 28)

insomma lo sanno tutti
che l’unica risposta è la corsia di sorpasso
dico bene?
trovare quel solo obiettivo a senso unico
che esclude tutto il resto
e che permette di distinguere tra noia
follia
e auto-disprezzo

(p.64)

a forza di lanciare fiammiferi accesi
su laghi di benzina

(p.77)

questa rabbia
guida sempre la mia visione delle cose
ed esige che vada dritto di testa contro la vita
come un idiota
in cerca di
una
fiamma
pura
e bianca

(p.138)