«Tout entouré de mon regard marin». ‘Tutto avvolto dal mio sguardo marino’ suona un verso (la traduzione è quella di Maria Teresa Giaveri) de Il Cimitero marino di Paul Valéry che a suo modo può ambientare l’atmosfera de Gli aspri inganni di Italo Testa. Il sole, o comunque la luce, la terra, il vento – forme simboliche dominanti nel poema del poeta francese – galleggiano in sospensione, nuotano in quello stato di torpore che prelude al prendere sonno, nei dieci componimenti dell’autore italiano. Il comando d’esordio «devi» farebbe intravedere una intonazione imperativa dominante nel testo, come è stato sottolineato nella postfazione; in realtà, già dal secondo componimento in poi, l’ordine affievolisce nell’esortazione «lascia» ripetuta inesausta per tutto il libro, alludendo piuttosto a un consiglio, un suggerimento. Consiglio verbale che può essere però subito negato dalla sua stessa veste ossimorica: ‘lasciare’ è ‘permettere’ e, contemporaneamente, ‘desistere’ o ‘smettere’. E, difatti, «il rovescio / si installa negli occhi, oscura / il confine delle cose». Il sonno si apre al rovescio della camera oscura, all’inganno del «resoconto terrestre»: «lascia aderire / alle forme dell’inganno le membra». Il sonno è una forma di abbandono: abbandonare una realtà per abbandonarsi a un’altra, attraverso «le lente bracciate» del nuotatore, metafora di chi sta tentando di addormentarsi o, ugualmente, di esistere. E proprio in virtù di questa metafora lo spazio liquido del nuotatore può anche risultare la bacinella d’acqua in copertina di libro, spazio già sufficiente a contenere la navigazione, tutta mentale, del pensiero. Si insinua una volontà di persistere nel portare a compimento un tragitto attraverso le esortazioni perenni della trama testuale: «misura il respiro», «lascia variare i silenzi», «ascolta il soffio / di un sonno astratto». Come il movimento dell’onda, sono frequenti le impennate e le ricadute: «cadi e l’ala non sorregge i passi / che nell’azzurro il corpo in volo traccia». Ma allora, «a chi appartiene l’acqua?», elemento motore della vicenda poetico-esistenziale. «Fluttua il polline / dei versi per squilibri d’acque limpide». Torna ancora una volta alla mente Valéry – solo che in lui erano il ritmo, e, attivata da questo, una parola etimologica e sensoriale, a dettare la stesura dei versi – col suo congedo marino: «Envolez-vous, pages tout éblouies!», ‘Volate via, pagine abbacinate!’ Congedo che in Testa si risolve nella direzione di un «sogno che si dirada e assiepa fogli / in un turbinio di lettere e stelle».

acquista cliccando qui

 

Giuseppe Bertoni