28.VIII.1909

(…) Mia madre dice che è impossibile che io e il mio amico (Gustav Jung, n.d.r.) rimaniamo amici, visto che ci amiamo. L’uomo non sopporta a lungo la pura amicizia.
Se sono gentile con lui, egli mi chiede amore; se sono fredda, il mio atteggiamento gli viene a noia. Tutto questo è così difficile, così difficile. Oh Dio, cosa dovrei volere?
Se potessi scongiurare il destino, se fossi sicura che la mia preghiera, pronunciata davanti a testimoni, sarebbe esaudita, allora io pregherei: Fai, o destino, fai che noi, io e il mio amico rimaniamo un’eccezione, fai che possiamo sempre venirci incontro raggianti di gioia, sostenerci reciprocamente nella fortuna e nella disgrazia, fai che anche a distanza siamo un’anima sola, che ci tendiamo la mano nello sforzo verso ciò che è più alto, più lontano, più vasto, oppure, come dice il mio amico, verso “il bene e il bello”; visto che siamo il sostegno di molti deboli, fai che io sia il suo angelo custode, la sua anima ispiratrice che lo incita sempre a qualcosa di nuovo e di grande. Forse chiedo troppo? Se questo è troppo, allora desidero che non duri tanto con questa intensità, ma almeno fino a quando non troverò qualcuno che prenda il suo posto, qualcuno che, con la massima felicità, io possa chiamare il mio uomo. Allora, io e l’uomo che amo, potremo rimanere buoni vecchi amici. Sarà possibile? Cosa mi aspetta al mio ritorno a Zurigo? Ho paura di pensarci.
Perché non posso essere felice? Perché proprio alla fine della mia giovinezza devo coricarmi ogni sera accompagnata da questi tristi pensieri? Oh no, fai, o spirito protettore, che tra di noi ci sia un’amicizia pura e grande, nel vero senso della parola, fai che questo sentimento basti e diventi un raggio di sole splendente nella mia solitudine (…).

foto: Andrew Gonzales-Love

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