C’è Nunzia in cortile di Marco Pelliccioli, I giardini della Minerva a cura di Maurizio Cucchi

Tra i numerosi dipinti dell’episodio dell’Annunciazione, alcuni ve ne sono in cui l’Angelo sosta nel cortile di fronte alla vergine Maria, recando la buona novella del bimbo salvatore. “C’è Nunzia in cortile”, titolo dell’ultima silloge di Marco Pelliccioli, non a caso mette subito in scena un personaggio il cui nome allude ad un messaggio, dirigendo l’attenzione del lettore verso il ruolo che la vecchia Nunzia assume all’interno di un realistico e talvolta crudo affresco  di un’umanità  che vive ai margini, poverissima e spesso anche fisicamente deforme, alle prese con una quotidianità minima e dolorosa, e che però sta nel flusso della Storia, esattamente come i personaggi del celebre romanzo di Elsa Morante, e cioè con quella stessa dignità, con quella “bellezza” che sempre ha la vita, rivelando al contempo l’oscenità dei meccanismi politico-economici che la regolano.

Come Elsa Morante, Pelliccioli  osserva questa umanità con la grazia di una visionarietà che investe in modo particolare il personaggio di Nunzia, proprio perché a lei spetta il fil rouge  della narrazione poetica, che è in sostanza, nonostante tutto,  quello dell’amore e della speranza; la vecchia, che versa l’acqua alle ortensie, e le cui rughe sono paragonate a “boccioli di rosa appena pronunciati”, che ha  “occhi che sanno solo brillare”, in “Il girasole” riceve in modo palese il suo compito angelico, quando, avendo il vagito riempito “il vento nel cortile”, porta in dono un girasole, dall’evidente significato simbolico, perfino teologicamente assertivo, e con le dita storte accarezza le manine del neonato.  Il girasole, come anche la palla rossa (che richiama un frammento del greco Anacreonte, il quale lamenta di essere stato colpito da Eros che gliel’ha lanciata addosso facendolo innamorare, lui vecchio, di una giovane donna) sono simboli, il primo di gioia e di vita, il secondo di trasporto amoroso; e però appaiono nei versi  anche nel  loro significato capovolto, che è quello della morte. Elisa, primo amore incontrato sui banchi di scuola,  in un incidente stradale resta muta sull’asfalto e “la sua palla rossa non scende più dal cielo”, il girasole giace sui sepolcri o appare con la corolla rivolta al suolo.

L’angelo- Nunzia di Pelliccioli, dunque,  è così prossimo ai tanti che popolano con le loro vite di “grigia innocenza” i quartieri periferici della città di Bergamo,  tra umili e logori oggetti, case decrepite e invase dalla muffa, da rovesciare l’usuale iconografia che lo vuole bellissimo e giovane, per assumere su di sé  l’offesa del tempo, la deformità di una condizione esistenziale estrema e dolorosa. Appare rugoso e consumato dall’artrosi questo angelo dei  diseredati: del pescatore con i piedi mutilati, dell’uomo con il buco in gola, dello storpio in sella al suo triciclo rosso, di Alfredo, Renza, del trans gender, e dei tanti altri personaggi che popolano questi versi, ciascuno fissato nella sua vicenda esistenziale, nella sua pena e nel suo vizio, ma anche nel suo esserci come persona di cui è necessario raccontare la storia, perché non sia dimenticata, perché, facendo ingresso nella letteratura, si avvalga di un prezioso riscatto dall’indifferenza e dall’oblio. Il poeta recupera in questo modo la missione fondamentale della letteratura, che è quella di consegnare nomi, cose, storie a quelli che verranno dopo, facendosi testimone non solo del passato, con il ricordare la varia umanità de “I cortili di via Furietti”, ma anche del presente, scavalcando la fugacità della notizia mass-mediale, attraverso la pietas del verso che fissa l’evento per sempre. È questo il senso della terza sezione in cui sono raccontate le  vicende di esuli, martiri, naufraghi che spesso non hanno nemmeno un nome, ma che ormai riempiono  le notizie di cronaca contemporanea  cosi frequentemente da avere generato un sorta di sonno emotivo. Li nomina ad uno ad uno Pelliccioli, li conta, li fissa in un gesto, in una condizione, per sempre. Li consegna alla pietà del ricordo e soprattutto ad una domanda che sigilla la sezione come un urlo umanissimo: “Possiamo non sentire il soffio del Creato?”.