La prima mossa di Silvio Bordoni è una domanda (basta leggere la nota che introduce questo libro destinato, ne siamo certi, a rimanere il suo centrale ed emblematico): una domanda angolata, plurima, sulla possibilità della poesia oggi, sul fatto che ci sia ancora qualcuno che la voglia, sull’esistenza di un “popolo”(più che un pubblico) per la poesia, sulla disponibilità di questo”popolo” nei confronti di essa.

Paradossalmente dovremmo rispondergli che, mentre il poeta un suo “popolo” sempre se lo figura,non foss’altro ideale, l’enunciato non può invece presentarsi in forma invertita. Il popolo (le virgolette non servono più) ha smesso di avere poeti nonostante asserzioni, manifesti, proclami, ideologie … in versi.

La fatica poetica di Silvio Bordoni è proprio quella di cercare una nuova convergenza tra poesia e gente ( che non sia solo quantità di fruitori o statistica di utenza) e sul filo dei questo tentativo egli può essere sorpreso in pagina, una volta dalla parte della poesia, una volta dalla parte opposta, ma sempre a indicare l’ altra sponda, a mitigare l’avversa specularità dei “luoghi”: la poesia,  i lettori.

Gli ideali tacciono, gli eventi hanno abbandonato la grazia d’ogni loro divenire, la natura inquieta è segnale e vaticinio d’altre inquietudini, l’indignazione sale come una febbre,la resistenza alla propria epoca s’impone: “Occorre solo/ che mi decida” – scrive Bordoni – : “o credere sino in fondo/ – non è la poesia coscienza? – verità? – / o dividermi a metà // come una mela // tagliata in due/ secondo la più comune delle strategie”. E sceglie la parola della coscienza, della verità: sceglie la poesia, il più difficile mezzo per indicare, per scalfire il fondo della vita e l’attimo vincolato alla storia:sceglie la pienezza della nostra natura.

Bordoni scopre un possibile tempo di rigenerazione collettiva nel rifiuto del “continuare ad essere ciò che non siamo”, con rilevata e incisiva consapevolezza del potere turbativo di chi chiama in causa l’assurdo della realtà, con parola eticamente severa anche quando concede all’ironia: un’ironia che non muove labbra al riso ma non chiude occhi davanti allo scoramento.

Occorre”cantare” una rivoluzione diversa: grandi spazi di esistenza, del poeta e degli altri, e forse più degli altri che del poeta esigono di essere detti. Bussole impazzite soprintendono i disperati viaggi di questo”metallurgico” pianeta; lo sbando storico è forse all’ultima curva e tetramente false sono le entusiastiche strade delle ideologie”magnifiche” e “progressive”.

Al cuore di questo poema(altro non sapremmo come diversamente chiamarlo) di Bordoni, poema del desiderio di mutuo riconoscimento tra vita e poesia, tra storia e coscienza,sta, con la moralità schiva e implicita della tradizione lombarda, il vigore asseverativo di una nuova storia della comunità umana, di un nuovo edificare la cui prima pietra è proprio l’anima del poeta stesso.

E la parola poetica di Bordoni centra il fuoco dialettico di questa congettura ( in poesia anche la tecnica è moralità),scioglie l’arbitrarietà del segno e ne fa emergere l’emblema, fa coesistere un certo privilegi mento della verbalità senza mortificazione dell’idea, dell’intelligenza del mondo, della fisica dei contenuti.

Alla sua terza raccolta,infatti, affinati gli strumenti espressivi alla mola della ricerca e della sua stessa esperienza di vita, Bordoni concilia vicissitudine umana e progetto poetico, sperimenta scansioni e mobilità del verso (varietà di ritmi e di grafia) senza perdere i legami con il proprio mondo sociale, nella matura consapevolezza della sostanza reale del linguaggio, in una libertà di dire che non calca ricerche contemporanee ma riflette cultura, realtà, impegno personali.

Epico-lirico, o critico-utopico, o etico-esistenziale, il poema della Strana passione di Bordoni prospetta il superamento di una quotidianità o di una storia irreale,irrazionale, che pure è iscritta nel sangue della nostra ora. La parola è speranza nella buona poesia e possiamo rimproverare al poeta la speranza quando tutto inclina alla disperazione? E c’è parola di salvezza se non profondamente,anche se nascostamente, impressa nella speranza cristiana?

Non siamo meritevoli, è evidente, di nuovo tempo e la libertà stessa, premio dei premi, sembra non essere più desiderata: “… è chiaro ormai/ che a nessuno di noi fa comodo la vera libertà/ la pura libertà: quella tortura dolce che avevamo in grembo./Quell’idea esatta e inequivocabile dell’essere/ e del divenire…”

E’ tempo di leggere – più che di presentare – questa raccolta e per chi vi si accinge, alla trepida scorta delle nostre parole tematiche faccia eco un breve rinvio alla struttura.

Squadrato in due blocchi (La strana passione e le tre Ipotesi: “esistenziale”,”credibile”, “antica”) questo libro centra subito,nella sua prima parte, l’argomento principale, il presupposto ideale, il nucleo incandescente dell’urgenza del dire, che noi stessi abbiamo evidenziato nel suo imperioso presentarsi ad apertura di libro. E qui sta la faccia del reale ai giorni nostri di fronte alla quale si pongono le tre “ipotesi” di soluzione secondo i tempi, scanditi in pagina, della presentazione del messaggio; della rivelazione negativa della storia (finzione, menzogna,ostentazione dell’assurdo); dell’invito all’essenza dell’uomo per il tramite di un diverso contatto col mondo.

Passato in breve volgere di anni ( vedi le precedenti raccolte), dall’ispirazione istintiva ed eclettica, dalla in elaborata freschezza del dire all’odierna immersione nell’impegno testimoniale e riprensivo, Silvio Bordoni detta ora le sue parole nel silenzio del mondo (dopo la frenesia e il rumore che frastornano la società lasciandola sorda e muta). E sono parole di una poesia vicina all’esistenza,alla società, al pensiero critico, al senso della storia, al dramma forse inevitabile dell’uomo.

In questo forse, il cuneo della speranza ancora resiste nel duro tronco delle sfiducie.

Claudio Toscani

 

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