Da L’ulisse, rivista online di lietoColle

 

È quanto mai indispensabile parlare delle commistioni tra prosa e poesia in un momento della storia letteraria in cui il progressivo allontanamento da metrica e lirica, che data ormai da più di un secolo, ha portato la poesia sempre più vicina al territorio del dettato prosastico. La poesia contemporanea canta gli oggetti e le cose del quotidiano con una sobrietà di linguaggio dove il ritmo è dato più dalla parsimonia verbale che dalle cadenze della metrica.
Qui mi vorrei riferire in modo particolare a Giampiero Neri, autore di un memorabile e sorvegliatissimo canzoniere, confluito nel volume Teatro naturale (1998), e particolarmente interessante proprio per l’incrociarsi continuo di prosa e poesia, testimoniato dalla sua scrittura. A questo riguardo, alcuni critici hanno riflettuto su quale forma, se prosa o poesia, sia più prominente in lui. La questione dei generi letterari è accesa e si cerca quasi sempre di farne prevalere uno sull’altro. Però, a mio parere, spesso si tratta di una distinzione che serve solo a riassicurare i critici in cerca di categorie già prefissate alle quali ancorare il loro pensiero. Di Neri inquieta il fatto che non parli quasi mai di sé (l’io lirico è assente dalla sua scrittura) e che gli argomenti da lui affrontati non siano tipici di quello che si intende per scrittura poetica (descrizioni zoologico-naturalistiche rivestono un ruolo importante nella sua produzione), ma sconcerta soprattutto la sua capacità di trasformare ogni aspetto della scrittura in poetico. Neri ha una singolare abilità di rendere in poesia quello che comunemente si farebbe rientrare nei canoni della prosa. Ad esempio, l’epigramma incluso in Sequenza, che è parte del volume Erbario con figure (2000) è una citazione da Il giocatore invisibile del narratore Giuseppe Pontiggia: ―Prese i tre libri e cautamente, attento a non incespicare lungo la scala ripida, scese a pianterreno(1). È stato Sossio Giametta a notare come Neri utilizzi questa citazione in prosa in modo da farla diventare poesia.(2) Ma qual è l’alchimia che permetterebbe a Neri di trasformare una cosa nell‘altra? Applicando il discorso della distinzione tra i generi ad altre forme d’arte, Neri risulta ancora più pregnante nel riportare quanto diceva Victor Sklowskj, ovvero che si può fare poesia anche attraverso la prosa. A questo proposito si veda la poesia Procedimenti (dedicata a Fernando Picenni), in Liceo (1986), la seconda raccolta di Neri poi confluita in Teatro naturale: ―Si ricava una pasta di vetro molle e densa che per il variare della luce prende diverso colore, blu e oro. Formata da molti frammenti di terra e conchiglie, oggetti fuori uso, che si mescolano insieme come sabbia. Alla fine rivela una luce propria, che attraversa una vasta ombra”.(3) Al lettore che si chiede perché questa sia una poesia, si può rispondere dicendo che lo è in quanto il testo risulta formalmente compiuto e autosufficiente. È vero che per comprendere i particolari procedimenti compositivi su cui si basa la poesia di Neri non è consigliabile isolarne dei testi. La complessità del disegno, in Neri, si coglie solo sul lungo periodo. Ma nel frammento appena citato si coglie che il discorso si ―ferma‖ là dove la prosa potrebbe proseguire. Nulla potrebbe essere aggiunto o tolto a quello che Neri ha deciso di comunicare. Risulta anche importante il giudizio su Neri espresso da Luciano Anceschi, che evidenzia come Neri porti avanti ―il discorso delle forme dall’interno della stessa frantumazione organizzata in cui esse si trovano, ora”.(4) Si possono anche citare le parole di Giovanni Raboni, che nello stile di Neri ha osservato ―un lavoro minuzioso e testardo sulla frase trattata come unità metrica, come nucleo espressivo la cui evidente specificità e autonomia supera sia la tradizionale funzione assertiva dell’unità verso, sia la tradizionale funzione trasgressiva dell’enjambement e annulla, assorbendolo, lo spessore irraggiante della parola singola”.(5) Sullo stesso tema si è soffermato anche Giovanni Giudici: ―Poesie? Poemi in prosa? L’opera di Neri si sottrae a queste distinzioni del tutto esterne”.(6) Infine, Daniela Marcheschi ha commentato che ―Neri ha vinto infatti l’antinomia 67 di poesia e prosa, che a lungo ha alimentato una sterile contrapposizione nella critica e nella poesia stessa; e la sua opera, limpida ed enigmatica insieme, risalta per la vigorosa sovrapposizione dei due pretesi generi e per la continua apertura alla ricchezza delle tradizioni letterarie”.(7) La scrittura di Neri ha tutti i respiri della poesia ma non è un sospiro in versi, cioè non è un genere di poesia lirica che rielabora gli eventi e i lamenti del vissuto. La sua ricerca di oggettività tende piuttosto a dissimulare l’io in personaggi di animali e piante. Nella poesia di Neri c’è uno sviluppo di situazioni che creano sempre, anche se in forme eterodosse, una narrazione. Si può parlare di microracconti e micropersonaggi che affollano le sue pagine, e dell‘alternarsi di momenti più rientranti nei canoni della poesia e di altri più appartenenti alla narrativa. Eppure una narrazione c‘è sempre, e si avvale di personaggi specifici. Neri alterna sequenze etologiche, dove si discute ad esempio di animali come l‘asino o il gufo, insieme ad altre dedicate con la stessa puntigliosità a varie piante, ad altre ancora dove emerge in primo piano la vicenda personale di un reduce (in Finale, 2002), che torna al suo paese natale dopo la guerra. Ogni testo di Neri è un discorso compiuto in sé ed è allo stesso tempo emblematico di uno stile. E, proprio di questo stile, Remo Pagnanelli aveva parlato di ―risparmio energetico‖, di ―energia trattenuta‖, ―perimetrazione degli impulsi‖, ma anche di ―riposo del desiderio‖, il che spiegherebbe anche la sua scarna produzione.(8) La lievità del linguaggio poetico di Neri ci porta al di là delle tradizionali distinzioni tra i generi. Le sue poesie sono di una linearità esemplare, dove la semplicità è il risultato di un attento studio, di un levigare continuo dell’eccessivo e di tutto ciò che potrebbe rendere il verso meno leggero. Perché comunque è sempre di ―versi che si parla. Neri ha incorporato la prosa nella poesia senza che la poesia abbia dovuto cedere niente della sua specificità alla prosa.

Victoria Surliuga

Note. (1) Giampiero Neri, Erbario con figure, Como, Lietocollelibri, 2000, p. 9. (2) Sossio Giametta, Neri e il temperamento del caos, ―Il Giornale‖, 11.11.2000. (3) Giampiero Neri, Teatro naturale, Milano, Mondadori, 1998, p. 64. (4) Luciano Anceschi, Intervento, ―Il verri‖, n. 32, 1970, p. 4. (5) Giovanni Raboni, ―Almanacco dello specchio‖, n. 1, 1972, p. 273. (6) Giovanni Giudici, Neri: poesia in forma di gufo, civetta, volpe, ―Corriere della sera‖, 25.05.98, p. 25. (7) Daniela Marcheschi, La natura e la storia. Quattro scritti per Giampiero Neri, Firenze, Le Lettere, 2002, quarta di copertina. (8) Remo Pagnanelli, ―Le geometrie di Neri‖. In: Studi critici. A cura di Daniela Marcheschi. Milano, Mursia, 1991, pp. 131-2.