da un articolo di Carlo Bo

Ecco il terzo libro che, ripeto, è il libro di una scrittrice del tutto ignota: il vestito di sacco di Gabriella Baracchi.  Intando diciamo che è un “piccolo capolavoro” come a suo tempo lo era stato Maria di Lalla Romano, ma il rierimento è strettamente legato al risultato, per tutto il resto i due mondi sono del tutto diversi. La Romano appartiene a una famiglia ben radicata nei costumi e nelle leggi della sua terra, Gabriella Baracchi è rimasta orfana della madre a sette anni e poi ha vissuto fra ospizi e istituti di Provvidenza. Beninteso, la storia è incentrata su quel tempo di miserie, di stenti, di incredibile povertà e ha un suono di una purezza straordinari, al punto da non consentire al lettore momenti di distrazione oppure di rapide sospensioni. Una volta preso in mano il libro, credo che nessuno riesca a lasciarlo: si arriva alla fine con il fiato sospeso e non già per le avventure minime che contiene, ma perchè si fonda su una musica interiore eccezionale. Non so se la Baracchi ha scritto altre cose, se questo suo libro sia un fiore unico, caso mai potrei dire che se continuasse a lavorare su questo terreno difficilemente potrebbe e saprebbe raggiungere gli stesssi risultati. La tensione non viene mai meno, non c’è neppure il sospetto del più piccolo lenocinio, la lettteratura nel suo caso è un premio, un frutto meraviglioso.

 

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Rassegna stampa

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