Tanto da bruciare, anni, per arrivare,
a quel colore. Come se la pioggia polacca già sapesse
del nostro giardino allagato, a Parigi : aspettavo
mentre ti trasportavano
a casa da Rue Dauphine, metà del tuo cranio
solidificato in selciato; lama di chiardiluna
contro la gola dei fiori, carne rosa
intrisa, bocche purpuree aperte,
grida mutate in polvere stilla loro lingua.
Umidità color seppia
come le foreste di Minière e Port Royale
che descrivevi per guidarmi nel sonno: anche allora
istruendomi a non aver paura
del suolo, a ringraziare
i sentieri masticati dai vermi
del fallimento che ci avevano fatto incontrare,
a rifiutare il sudario, a coprirti invece
di biancospino, iris, il tessuto nero
della terra che amavi.

foto: Sigmar Polke-The fastest gun of the west

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