Tu ridevi quando segnavo i libri di cucina
con la stessa cura delle note di laboratorio
ma per me era lo stesso; gli stessi
dettagli dell’amore – sciogliere, filtrare, raccogliere
finché la verità è così piccola che si può mettere
sulla lingua. Il mio corpo indolenzito dallo stare in piedi
in cortile, rimestando. O per tendermi sotto di te.
Rumori notturni sul prato a Sceaux, luci sotto il portico,
gambe di legno che raspavano le lastre di pietra
mentre tuo padre seguiva la luna con la sedia.
Ascoltare una canzone in derive scure sul fiume
sapendo che non c’era differenza, la tua mano
addormentata al mio fianco, sia che tu stessi pensando
a sali essenziali o a numeri atomici o agli effetti
segreti del chiardiluna; era lo stesso amore,
radioso di memoria, semplice come la pelle.

foto: Sigmar Polke-Kandis

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