DSC01306Il mio editore mi ha proposto di tenere, presso l’Istituto Superiore Valle di Padova, una conferenza sulla poesia.  Queste Lectio fanno parte di un ciclo di incontri con gli studenti che coinvolgono altri poeti : Augusto Pivanti, Fernanda Ferraresso e Silvio Raffo. E ogni anno si tengono in Istituti diversi del territorio nazionale. La proposta mi piacque. Ero consapevole delle difficoltà che comportava un’adesione a quell’invito, ma accettai, trovandomi così in una condizione davvero poco tranquilla. Poi, dopo poco tempo la serenità tornò in me senza lascare nessuno strascico spiacevole (parlare di poesia è diverso dal fare poesia, e questo lo sanno tutti, ed essere poeta lo è altrettanto dall’essere un conferenziere). Ma, sorvolando su  questi fatti, in fondo marginali, in quattro e quattr’otto mi ritrovai il giorno dopo nell’aula magna del Valle con la sala che andava riempiendosi di ragazzi delle ultime classi accompagnati dai loro insegnanti, un po’ rumoreggianti e tutti abbastanza felici di quella vacanza “attesa”. In fondo, sono belle anche queste “sorprese”, mi riferisco alla telefonata dell’editore, specie se riguardano fatti e cose che ami e che appartengono alla parte migliore della tua vita.
Effettivamente la “parte migliore della mia vita” è proprio questa: il vasto e immaginifico campo della Poesia. Mi sono spesso chiesto la ragione di questa assoluta preferenza, ma l’ultima risposta è sempre stata un astratto riferimento alle cose che l’uomo pensante non riesce mai a definire con precisione. Anche perché la Poesia è una delle presenze più astratte che si possano immaginare, nonostante gli sforzi che fanno gli addetti ai lavori, come si dice, sul millenario argomento e gli interventi numerosissimi di chi segue questo affascinante problema. D’altra parte fin dai tempi di Aristotele, quante e quali spiegazioni hanno riempito pagine e pagine di libri specializzati in questa mai conclusa ricerca. Ricordo che uno dei maggiori poeti contemporanei spagnoli era solito rispondere a chi gli chiedeva, fortemente incuriosito, che cosa fosse, infine, “la poesia”, rispondeva in questo stravagante e spiritoso modo: “Se lei mi chiede che cosa è ‘la’ le posso volentieri rispondere; ma che cosa sia ‘poesia’ non saprei proprio dirglielo”.

André Breton, il grande maestro surrealista diceva che l’operazione più interessante che si potesse fare in poesia, era l’accostare due parole di ambito semantico molto distanti, ad esempio “mio piccolo batuffolo di cioccolata”, un suggerimento del tutto importane visto che questo “trucco linguistico” è tuttora utilizzato da tutti i poeti di questa terra, e lo è da sempre. Ora sappiamo bene che i due termini “batuffolo” e “cioccolata” sono molto lontani nei loro significati e che accostati, in un ambito espressivo discorsivo, quindi normale, non hanno ragione di comparire. Ebbene in poesia un’operazione di questo genere nell’ambito di ciò di cui stiamo parlando, è uno dei “trucchi” di maggior uso e si chiama “straniamento”. Ve ne sono molte di figure retoriche di altro genere, ma di effetto simile, e tutte tendono a rinforza l’effetto della “parola”. Ora non sto qui a nominarvele perché l’enunciare questa nomenclatura è soltanto noioso specie per ragazzi giovani come voi. Ma se ci pensate bene, quanti altri “trucchi” come questo usate voi quotidianamente nei vostri scoppiettanti discorsi, nelle vostre spiritosissime conversazioni (adesso non me ne viene in mente uno, ma non appena mi salta nel cervello ve le dico). Vedete, ragazzi, la poesia è come una grande farfalla, a volte di colori sgargianti e forti, riconoscibili, a volte di colori scuri, a volte neri. Svolazza sopra i cervelli di qua e di là senza posa e senza una direzione definita, e ogni tanto si ferma sul capo di qualcuno (naturalmente lei sa distinguere i poeti quelli veri) e, una volta posata sui suoi capelli, trasferisce i suoi umori, ora colorati, ora oscuri nei cuori dei suoi discepoli i quali, a quella sensazione sobbalzano e desiderano dare una “forma”, una bella forma, a quelle sensazioni. Così nasce la Poesia. Quando, dopo struggenti fatiche il lavoro è concluso, il poeta che ha lavorato a questa trasformazione si ritiene soddisfatto, l’opera è conclusa e di quella farfalla che si è dolcemente posata sul suo cervello non resta più nulla, se non la sua nuova “forma” che sarà necessariamente “bella” e, appunto, indefinibile, com’è, d’altra parte tutta la bellezza, coma a dire che, in fondo, Poesia è tutto ciò che è bello, anche se ha le corna o la coda da diavolo, o gli artigli del drago, o la gobba di Rigoletto.

Verona, 10/3/2015                  Arnaldo Ederle