[product_attribute attribute=’autore’ filter=’Angelucci-Sandro’] Chiuso il libro, non posso non scrivere di quelle pagine quando l’emozione trabocca.
Il semaforo è verde, l’acceleratore si schiaccia da dentro con intensa propulsione verso l’esterno.
Ho appena finito di leggere Si aggiungono voci di Sandro Angelucci dopo solo pochi giorni dalla visita alla mostra Arabesques di Henry Matisse (1869-1954).
Il Prof. Franco Ferrarotti nella prefazione all’antologia “La Civiltà dei poeti” così affermava:
“Politici e intellettuali, potentati economici e università, vertici sociali e popolo minuto, a dispetto di ogni paternalismo e familismo populistico, vivono in stanze separate, sostanzialmente estranei gli uni rispetto agli altri”.
La saggia frase del padre della Sociologia Italiana – che non fa che delineare la realtà – mi fece molto riflettere, accese una nuova luce. Mai l’ho dimenticata, e ora mi rallegro di quello che ho provato scorrendo con lo sguardo i versi di Sandro Angelucci che sollevavano di brividi la pelle, al pari di ciò che ha suscitato in me il passeggiare per le sale delle Scuderie del Quirinale scoprendo un Matisse poeta con il pennello, con lo studio dei colori.
Perché questo accostamento? Perché le loro stanze di poesia e pittura si sono ritrovate in me, attraversate dal filo dell’emozione che possiede la rara virtù di svelare orizzonti inusitati? Essere insieme in un mondo separato, sempre contro e non in-contro alla conquista del verso per con, è una scoperta che consola, forse a maggior ragione se i due artisti, che ora sto mettendo a confronto, non sono neanche della medesima epoca. Solo due esseri umani che comunicano con la loro arte in modo molto simile. Sembrano vagare tempo e spazio non curanti della memoria e della tradizione, sicuramente ricchezza personale ma non tema della loro ricerca.
Assomigliano a se stessi. Sono autonomi.

La poesia di Sandro Angelucci sembra captata- presa- rapita, al ritmo dei battiti del cuore, da un dove fuori di lui senza orologio, dalla natura tutta: piante e animali, cieli sterminati ai quali anela con lo spirito che si arrampica sulla verticalità  – che riconduce il poeta alle profondità dell’Io -, venti, voli, nuvole e sole (come in Saranno i voli : Sono i nidi delle rondini./ Sono le traiettorie/ senza nessuna logica apparente/ la speranza…; Celeste nudità; Merlo infinito; Per un solo raggio di sole; Da terra verso i rami ; e ancora nella chiusa de Il consiglio : Sei tu/che devi innamorarti,/essere l’ape/che impollina le stelle; oppure in Ti chiamo cielo : T’attiro a me/ anche se sei lontano/ e tu ti abbassi/ per essermi vicino…).
E poi il dubbio (Illusione?; Non penso a niente), sì anche e soprattutto il dubbio con i suoi punti interrogativi, che alimenta la sapienzialità del conoscere.
E l’uso degli ossimori (Adesso non si parla e non si tace; Il grande respiro; Quando mi nascondo)  per sentirsi uniti pur nei contrari. Non escludere nulla, abbracciare con le misere forze dell’uomo  l’universo che è nel sé  e fuori del sé.
E l’armonia degli endecasillabi con l’accento sulla seconda e la quarta, endecasillabi spezzati, settenari, vera musica poetica. Un tutto di immagini, riferite dall’inchiostro che si diluisce sul foglio, che ha inizio e fine nella semplicità, dea nuda del vero, quella alla quale si giunge, o appunto dalla quale si parte, togliendo ogni orpello, ogni inutile barocchismo e complicazione letteraria.
I versi, diventati melodia di accompagnamento dei pensieri di chi legge e ascolta, risuonano nei sensi, nell’anima. Non resta che accoccolarci grati ai piedi del poeta divenuto amico.

La pittura di Matisse, dal taglio come punto di vista che se ne dà nella mostra Arabesques, sembra captata- presa- rapita dalla grande curiosità dell’artista nell’interpretazione del colore nei paesaggi (Perviche; Giardino marocchino), nei fiori (Gigli Iris e Mimose; Ramo di pruno su fondo verde; Fruttiera ed edera in fiore). Qualsiasi sia il luogo e il tempo del mondo – Estremo Oriente o Africa – dal quale sia partita la sua ispirazione, qualsiasi ne sia la storia, lui non ne ripercorre il cammino, semplicemente si impadronisce dei suoi oggetti. Prende una stoffa, un tappeto, così come sono, con le loro geometrie, lo straordinario cromatismo e che lo affascinano, soprattutto per utilizzarle nei suoi sfondi e farle entrare nella tela. E’ continuamente insieme, coinvolto in ciò che lo circonda,  rimanendone distante nella complicazione psicologica.
Quel mondo, magico strumento della sua arte.
I rossi dei corpi messi a confronto con gli azzurri del cielo e i verdi accesi della madre terra, nelle diverse versioni dello stesso dipinto, dopo anni, possono cambiare, come si modifica attimo per attimo il suo stato d’animo, la sua spiritualità, il senso del colorismo che reinterpreta la natura (Buisson; Arbre; Pesci rossi) ma che da essa imprescindibilmente prende spunto.
La semplicità con la quale si esprime nei suoi quadri la ritroviamo nella mancanza della prospettiva e nello svuotare, soprattutto le figure, dai particolari.
Con rara originalità e genialità nel suo nuovo primitivismo, disegna in due dimensioni, abbandona addirittura la prospettiva, il senso di profondità. Ad un primo sguardo potrebbe sembrare tutto piatto, ma non è vero: la profondità è in lui e in quel segno libero da regole.
Nei ritratti, tantissimi e così diversi fra loro da quelli dei primi del novecento (Ritratto di Yvonne Landesberg; Demoiselle d’Avignon; La ragazza con copricapo persiano) a quelli degli anni cinquanta (Katia vestita di giallo; I nudi seduti, distesi), i particolari degli occhi, dello sguardo, dei lineamenti vengono sostituiti dalla sintesi dell’ovale completamente vuoto e bianco. Il pittore si è talmente arricchito interiormente che si può permettere di sintetizzare la realtà, di rappresentare con un solo tratto le figure degli esseri umani facendole a noi riempire, donando ogni libertà anche a chi guarda. In quella pennellata minimalista, nel gesto essenziale, c’è tutto e si sente.

Nel pittore Matisse e nel poeta Angelucci la luce interna trasforma gli oggetti per farne un mondo nuovo, sensibile, un mondo vivo che è in sé segno infallibile: la divinità.
La loro arte ci insegna che la verità è semplice, tutti ci possiamo accedere se abbiamo occhi per vedere; e ancora, libero è chi non chiede o pretende, ma con serenità – nonostante gli affanni della vita –  dona se stesso, mette in circolo ciò che lo circonda e che lo ha trapassato, per dividere e condividere, per essere Insieme.
Nella lirica Si aggiungono voci, che dà il titolo all’opera di Sandro Angelucci, il poeta dice:
… C’è qualcosa di più forte dell’amore?…

Roma 25 marzo 2015