In calce ad un frutto la firma
o la secca potatura di tralcio
l’incisione sfrondata della scorza
– il mio silenzio pari al tuo –
nel luogo proibito della bocca
taglio obliquo di capelli
fino a perdere innumerevole forza.
Salubre digiuno la parola
– la città macera –
sotto il plumbeo alveo avulso
dove il clima nudo delle tue mani impazza
sulla fronte segnata e distolta.
Il garzone – vedi – non avrà sempre vent’anni
avvizzirà come il cavolo nella foglia
la scala soleggiata fino la soglia
sortirà un solfeggio morto sulla porta
un vecchio cartello – in vendita –
smentirà laconico la vicenda.
Colpa del Divino – dicono i giornali –
se l’arte con il quotidiano non collima
e l’umano è incapace di curarsi i mali
eppur in un foglio conservi hipsizygus
quasi a rinverdire con l’alto la stima
di un’estinzione acerba.

foto: Nicola De Maria-Il regno dei fiori 2

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