(…) E c’è il problema del viaggio in aereo, adesso non si può più neanche fumare e con dei pasti che provocherebbero tumulti e sommosse in qualsiasi mensa del pianeta. Quello che l’equipaggio di bordo chiama “la parte ultima dell’aereo”, cioè la classe economica, turistica o chiamata con qualsiasi altro eufemismo, è un orrore che Dante non ha potuto includere nel suo inferno (se ci fossero stati a quel tempo aerei ci avrebbe messo qualche suo nemico) e soprattutto quando un gruppo in gita comincia a suonare chitarre e tamburelli e a cantare, non so bene perché, il “figlio unico”. Per non parlare poi del fatto che le poltrone, nome artistico applicato a sedie claustrofobizzanti, non lasciano spazio nemmeno per far sedere un nano (“verticalmente menomato”, scusate, ogni tanto mi dimentico di essere politicamente corretto, scusate, scusate). Immagino che qualche spilungone nordico si sia già sottoposto volontariamente a amputazioni, nello stesso aeroporto, prima di imbarcarsi in certe classi economiche.
E ho il problema della faccia sbagliata. La mia faccia è sempre sbagliata. Gli unici posti dove io credo di non avere la faccia sbagliata sono Itaparica, Aracaju, uno o due quartieri o favelas di San Paulo e anche nel quartiere di Leblon (a Rio). Negli Stati Uniti ho la faccia di un “cucaracha”. In Germania ho la faccia da turco. In Francia ho la faccia da arabo. A Milano ho la faccia di un calabrese. A Buenos Aires ho la faccia da brasiliano. E, nel mio passaporto ho la faccia di un contrabbandista di marijuana paraguaiano. Si aggiunga a questo il fatto che anche se vestito con un completo costoso, lo trasformo immediatamente in uno straccio, tale è la mia eleganza innata. Chi non è mai passato per questo mio problema della faccia sbagliata, non può farsi un’idea del doloroso trauma che questo ha rappresentato per me. E peggio ancora riesco a cavarmela bene nell’Inglese, lingua sconosciuta a Miami e a Manhattan, ma il mio francese sarebbe considerato di basso livello in una scuola per ritardati mentali di otto anni di età (quindi sarei internato, i francesi non la fanno passare liscia a nessuno), e figuriamoci poi a uno con la mia faccia (…).

foto: Michael Marotzke-Paris, gazella de zèbres

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