(…) Ma, nonostante tutto, viaggio. È destino, karma, mi sono rassegnato ormai. Ho conosciuto New York, a quell’epoca ho visto Belém, Trinidad e Porto Rico prima di conoscere Rio e São Paulo. Mi trovo qua a Parigi, cari amici. Farò una preghierina a Notre Dame, andrò a fare una passeggiata nel Quartiere Latino e entrerò per la terza volta nella fila del museo di Louvre. Questo se sopravviverò al trauma di portare il portatile, che pesa dieci chili in più ad ogni chilometro – stima modesta per quel che uno è obbligato a camminare all’aeroporto, incluso l’aeroporto “Tom Jobim”. Già e questa volta alla dogana non mi hanno beccato, ciò che del resto non mi ha sorpreso molto perché la dogana mi tartassa solo in Portogallo, dai cui aeroporti ho voluto fare addirittura una scappatella per vedere se riuscivo a comprarmi uno spinello e così fare la felicità del doganiere che non credeva io fossi uno scrittore, con una faccia molto furba (ero a Porto, non a Lisbona, per amore della verità faccio questa precisazione) mi ha contestato la mia professione, dicendo che nella valigia non c’erano libri.
– Ma io non sono un libraio – gli ho detto – sono soltanto uno scrittore.
– Ma mi faccia il piacere – mi ha risposto, mentre tastava la mia unica giacca con l’espressione di chi volesse proprio usare una lametta, e ancora oggi sarà convinto di essere stato vittima di qualche astuzia brasiliana sconosciuta. Alla fine, eccomi a Parigi. Prometto che nella mia preghierina a Notre Dame, do un passaggio a tutti voi.
Male non vi farà di certo.

foto: Michael Marotzke-Paris, Montparnasse

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