Riflettendo sulla sua poetica, Paul Celan – poeta di soglie geografiche, culturali e linguistiche – ha indicato il momento di crisi che origina la poesia con l‘ormai noto termine fisiologico Atmenwende, la svolta del respiro, una soglia impercettibile quanto il meridiano terrestre, una linea di confine immateriale che gli si offre come altra incarnazione scarnificata del suo spazio poetico. Escludendo dunque l‘ipotesi apocalittica del crollo, la questione della crisi delle poetiche proposta da L‟Ulisse non è necessariamente da concepire in termini negativi, ma come spazio ancipite di possibilità-impossibilità. Parafrasando l‘interpretazione che Jacques Rancière ha suggerito del Deleuze di L‟immagine-movimento, si potrebbe persino pensare che le poetiche siano permanentemente in crisi poiché per il poeta è necessario che lo siano. E che proprio la crisi costituisca dunque la mai del tutto definibile ipotesi di salute del fare poetico. Da questo punto di vista, l‘allarme di chi denuncia, ora come ieri, la fine delle poetiche sembra derivare da un doppio fraintendimento. Da un lato c‘è quello di chi non percepisce il rischio salutare della crisi, dall‘altro, almeno così mi pare, quello di coloro che confondono la crisi della poetica come specifico genere letterario, evolutosi da Aristotele alle avanguardie novecentesche, con l‘assenza di una riflessione poetica, limitandone dunque astoricamente la pratica a un preciso esercizio e situandolo rigidamente anche dal punto di vista mediale. In una riflessione del 1987, ―Tentativi di esperienze poetiche (poetiche lampo)‖, con l‘impareggiabile felicità critica che lo contraddistingue, Andrea Zanzotto ha individuato nel ridursi della riflessione poetica a momentaneo e fugace lampo, inconsulto sternuto, o anche mini-orgasmo l‘evoluzione postrema di un genere, non più letterario ma assorbibile e metabolizzabile dal somatico corpo-psiche del poeta, e mai separabile da esso. Sternuto e orgasmo sono immagini corporee di quella crisi come svolta, in betweeness o Swischenheit, che ho appena descritto. Sono però immagini anche sovraccariche di una violenza, seppur minimale, che sembra assente – forse perché sublimata – dalla fisiologia dell‘immagine celaniana. In questa idea di una poetica come minimale fenomeno violentemente incontrollabile a ricorrenza casuale contrapposto a un atto ricorrente e necessario come il respiro si può forse trovare uno spazio di analisi di quando accade anche ora, con evidenza anche maggiore, nella poesia italiana.
L‘intuizione di Zanzotto non sta tanto nella fisiologizzazione dell‘esercizio della poetica, ma nella sua localizzazione in uno spazio liminare di sospensione o crollo soggettivo. Sternuto e orgasmo sospendono istantaneamente il nostro senso di presenza a sè, ci dispossessano possedendoci, mandando in tilt persino la nostra capacità di controllo psicomotorio. Non esiste poeta, poeta che sia veramente tale, che non sia preda di questi incontrollabili spasimi poetici, che certo complicano il lavoro del critico, pur non scusandolo dalle sue responsabilità interpretative. Questa almeno mi sembra una delle possibili prospettive praticabili anche per comprendere quanto è accaduto nei quasi vent‘anni della mia scrittura poetica, durante i quali – come in questo caso – non ho mai sentito alcuna necessità di pronunciarmi sulle ragioni della mia scrittura se non direttamente interrogato. Eppure mi sembra di aver disseminato inconsciamente all‘interno della mia opera di libri bonsai, come ho avuto modo di dire recentemente sollecitato dalle domande di Laura Pugno, un‘infinità d‘indizi e segnali: impronte digitali. Una poetica, dunque, come gesto inconsulto ma significante, comunicazione informale ma pressante, proprio perché espressione diun‘urgenza concettuale spesso violenta, quando non dolorosa, come quella dei condannati al rogo che fanno segni attraverso le fiamme di cui ha parlato Artaud.
Nelle righe che seguono, proverò a leggere, a titolo d‘esempio, un paio di questi gesti che ho compiuto senza rendermene conto, ma che accumulandosi nel tempo hanno assunto, anche ai miei occhi, il valore di una poetica molto più significativa di ogni dichiarazione, di per sé esercizio spesso falsificante in quanto concepito nei termini inevitabili di un‘idealizzazione del soggetto poetante. Anche i nomi che sono comparsi in queste paginette, non possono che essere letti in questa ottica. Sostando invece anche solo al di fuori del recinto della scrittura, basta guardare alla mia modesta produzione per comprendere, ad esempio, come la mia poetica respinga l‘idea di libro come unità organica e principio ordinatore di una storia del soggetto scrivente, per assentarsi invece nell‘episodicità della serie o della sequenza, nel cui saltuario, occasionale, sporadico manifestarsi, la scrittura non si dà come flusso, espressione di un soggetto eternamente scribens, ma con l‘episodicità fisiologica di un‘urgenza concettuale. Non dunque scrittura come definizione di un paradigma cui aderire, ma come sua continua messa di discussione. Poesia come processo che consuma se stesso. Questo era d‘altronde il tema della serie intitolata Self-eater, uscita singolarmente e poi incistata nel corpo inclinato di Italics, ad oggi, la mia unica raccolta vera e propria. Anche la figura del self-eater, umanoide autofago che si nutre del proprio corpo autorigenerante, al di là dello sviluppo individuale dei testi, appare come la manifestazione concettuale-visiva di una poetica. La scrittura, come il corpo dell‘autofago, deve torcersi e contorcersi per potersi nutrire di se stessa e dunque rigenerarsi uguale ma diversa da sé. Credo sia come quest‘immagine incarni alla lettera il senso di crisi come soglia che ho precedentemente descritto. Il self-eater, la scolta, il kamikaze, la terza persona cortese sono tutte figure limite e del limite: corpi poetici di crisi. La deformazione fisica dell‘uno corrisponde alla deformazione linguistica dell‘altro, come nel caso dell‘italiano reinventato della badante de La scolta. Non si tratta, come qualcuno ha ipotizzato, di travestimenti tramite cui esprimere, mascherandola, la mia soggettività, ma piuttosto allegorie – nel senso incrinato che all‘allegoria ha attribuito Benjamin – di un ipotetico concetto di soggetto del presente. Queste figure, cadute sulla pagina prima della parola, parlano, con la loro mera icasticità, della possibilità-necessità di scrivere da stranieri in una lingua straniata. Ciò che vive e comunica la badante dell‘est, protagonista della Scolta, con la sua lingua massacrata e nascente, imita la condizione del poeta, diviso tra la cura di una lingua se non moribonda quanto meno paralizzata e la necessità di rifarla daccapo, di sopravvivere, comunicando, a dispetto di tutto. Il senso di precarietà esistenziale che caratterizza il dialogo impossibile tra la badante e l‘anziana signora; il volo sospeso del kamikaze che è tale solo nel momento in cui esplode, dove la crisi e la violenza di cui parlavo raggiungono il limite accecante non del lampo ma dell‘esplosione; l‘autoingoiarsi dell‘autofago, sono, prima ancora di parole, gesti che mimano l‘esperienza di limite e crisi del tempo in cui viviamo.
Gian Maria Annovi