di Catia Manna

Krystyna Dᶏbrowska ha vinto in Polonia i premi Szymborska e Kościelski. 36 anni, traduttrice dall’inglese e dall’ebraico, è appassionata di arti figurative. Compone poesie che, con sguardo quasi meccanico, selezionano immagini dalla quotidianità. Queste si legano l’una all’altra in un amalgama perfetto e circolare e il cerchio si chiude sempre senza lasciare al lettore possibilità di trovare altrove respiro (perché anche se non ho accesso al regno dei morti / e nemmeno ai sogni degli altri / è grazie a me che si incontrano. Da Agenzia viaggi). Gli scenari sono spesso città dove la vita degli uomini, i morti (La città dei morti), può trasformarsi al massimo in rugiada e gli uccelli, sonnecchianti anche loro, si alzano in volo soltanto nei sogni (Grigio e rosso). Compaiono amanti, di tanto in tanto, appesi a un filo da recidere e simboli sacri come al Muro del Pianto dove solo la poesia è in grado di rovesciare le Sedie bianche dei vecchi rabbini. (Le poesie qui riportate, tratte dalle raccolte Sedie bianche e Tempo e membrana, sono state tradotte da Leonardo Masi).

Senza titolo

Da che punto guardare per vederti?
Da vicino o da lontano? E da che tempo?
Se mi allontano per inquadrarti
dalla testa ai piedi, come una tela sul cavalletto,
sento che a prendermi sei tu,
cambi, aggiungi colore, lo togli.
Guardo ora nei tuoi occhi, ora con gli occhi tuoi,
quando tu dormi o quando io ti sogno,
cerco di nuovo un particolare – un oggetto, un gesto, una parola;
gli sia dato di sbocciare come una gemma ed esplodere di te.
Così tanti punti di vista, ma io resto a un punto morto,
impigliata nel filo che avrei usato per unirli.
E non so se tu sei in quel filo
o nel lampo della forbice che lo taglia.

 

La città dei morti

Sui fili tirati fra le tombe
una donna stende i panni.
Alza le braccia come in lamento muto
e attacca la molletta alle mutande.
Sottabiti, lenzuola danzano fra le pietre.
Intorno i mausolei, dove vive la gente:
subaffittuari dei morti, guardiani della loro pace.
Ovunque scalpitare di bambini,
giocano a pallone, le tombe fanno da pali.
La madre chiama a tavola e la sua voce
si mescola alla preghiera dalla cappella.
Sole. La polvere del deserto. I panni si asciugano presto
soffiando i resti dell’umidità sulla terra del cimitero.
Davanti alle porte dei mausolei i vicini prendono il tè,
trascorrono i pomeriggi all’ombra avara delle tombe,
attaccati ad esse come i fili col bucato.

Grigio e rosso

In mezzo alla città, ai margini dell’isolato.
Là dove un ragazzo col cane cammina sul vialetto
e su una panchina una vecchietta tira fuori il kefir da una busta.
Sopra ci sono loro. Abitano vicino,
ma in due buchi diversi. Non li scompongono
i nugoli di taccole e cornacchie intorno.

Uno l’ho cercato a lungo con lo sguardo.
È grigio, ha il colore della corteccia della quercia, oh, eccolo,
occupa per intero lo spazio del buco ovale,
nascosto e visibile al contempo.
Non lo disturba che si senta la strada,
il rumore dei tram e che il suo nido sia sotto al caseggiato.
Statuario come un dio nella sua nicchia d’altare
o il ritratto di un avo in un medaglione.
E sulla quercia accanto, guarda, c’è l’altro: fiamma rossa
accovacciata sul moncherino del ramo potato.

Sono maschio e femmina. Se non fossero una coppia
non sopporterebbero la vicinanza. Giriamo sotto gli alberi:
le teste soffici, finora immobili,
si girano di poco e da sotto le ciglia pennute
due occhi ci seguono socchiusi e neri.
Rosso e grigio, silenzio e suono, fuoco e cenere.
Di giorno ognuno di loro assonnato vigila, sogna attento
con la punta del becco appoggiato sulla corazza di piume.
Poi di notte nei nostri sogni si alzano in volo.

Palloni sull‘acqua

Se penso a noi mi viene in mente
un gioco che è di moda al mare:
la gente che prova a camminare
sull’acqua dentro palloni trasparenti.

Così è stato per noi, ognuno nella sua bolla
ma anziché il riso la vergogna per non sapere
venerci un passo incontro senza urtarsi
non ammettere che ogni minimo gesto è una lotta.

Ondeggiando, sbattendo sulla parete
ci fingevamo una coppia di acrobati
l’uno recitava per l’altra il ruolo
del capitano di una nave indipendente.

Con un gesto disperato, maldestro si poteva
provare a strappare la plastica,
ma se poi ci fossimo riusciti? Questo
ci spaventava ancor di più che il non farcela.

Vedo quella gente, mentre penso a noi:
le loro bolle avevano dei fili
per trasportarle a riva nel caso in cui
fosse mancata l’aria o il gioco venuto a noia.

Sedie bianche

Che in poesia la quotidianità sia come le sedie
bianche di plastica sotto il Muro del Pianto.
Su di esse e non su poltrone forbite
pregano i vecchi rabbini,
toccando la pietra del muro con la fronte.
Semplici sedie di plastica,
ci si arrampicano sopra donne e uomini
per vedersi da sopra la barriera che li divide.
E la madre di un ragazzo che ha il bar mitzvah
sale sulla sedia e cosparge di caramelle
il figlio che saluta la sua infanzia.
Che in poesia la quotidianità sia come quelle sedie
che spariscono per far posto
al cerchio danzante nella sera di shabbat.

Agenzia viaggi

Sono l’agenzia viaggi dei morti
per loro organizzo voli nei sogni dei vivi.
A me si rivolgono personaggi famosi, come Eraclito,
per visitare uno scrittore che di lui è innamorato,
ma anche morti meno noti, come un tale, proprietario terriero di Wasiły,
che vorrebbe dare alla moglie delle dritte sull’allevamento di conigli.
A volte una famiglia multigenerazionale affitta un charter
e atterra sulla fronte dell’ultimo rampollo.
Ho anche a che fare coi morti ammazzati
che viaggiano spesso nei sogni di chi si è salvato
e fanno la raccolta punti del programma frequent flyer.
Non rifiuto i miei servizi a nessuno
e mi sento in colpa se un giovanotto
per arrivare al sogno della sua ragazza
deve fare scalo nel sogno di una vecchia che russa.
O quando le condizioni atmosferiche obbligano all’atterraggio di emergenza
e il morto telefona: fai qualcosa,
sono capitato nel sogno di un bambino spaventato!
Questi casi sono uno stress e una sfida
per me, che sono un piccolo ufficio dalle grandi ambizioni,
perché anche se non ho accesso al mondo dei morti
e nemmeno ai sogni degli altri
è grazie a me che si incontrano.

Nomi

Estate, tempo di angurie.
E con esse la tua storia:
l’infanzia, l‘ospizio
per i malati incurabili,
i veli bianchi delle Figlie della Carità
che ondeggiano nel giardino.
Tuo padre, il direttore,
coltivava angurie nei cassoni.
Le suore venivano
a prenotare quei frutti
(ancora acerbi
coi loro cordoni ombelicali)
e ognuna scriveva
a chiare lettere
il proprio nome sull’anguria scelta.
Qui avevano qualcosa di loro
da custrodire gelosamente.
Le angurie crescevano e su di loro
anche i nomi, sempre più grandi
sulla pelle a strisce verdi.
Come a staccarsi
dalle suore infermiere
che come l’abito li portavano con modestia
e vivessero una vita propria
di frutti succosi
che si facevano largo fra le foglie.
A volte le angurie si spaccavano.
La crepa passava per il nome.
E dentro compariva
una polpa color rubino.

La venditrice di scope

Intorno rimbomba il bazar,
ma dentro di lei tutto il frastuono se n’è già andato da tempo.
Regina stanca,
il suo trono una cassetta di frutta vuota,
la sua corona il fascio dorato di una scopa,
che si è messa sopra la testa
avvolta in un turbante nero.

Dal cielo scende il fuoco,
ma lei è piena d’ombra.

Una mano rovinata
sulla sella della gonna fra le ginocchia,
l’altra sorregge la guancia olivastra.
Nella bocca l’amaro,
nelle sopracciglia pietrificato lo stupore.

Vortica il bazar
intorno alle assi
dei suoi occhi assenti.