(…) Sembra impossibile riuscire a parlare dell’amore senza collegarlo ad una domanda fondamentale: quanto durerà? Quanto più è forte la potenza dell’amore, tanto più dolorosa la domanda: potrò fidarmi? Mi tradirà? O ancora, più drammaticamente, potrò fidarmi di me, lo tradirò? Non bisogna scoraggiarsi di fronte ad un tema così antico e così attraversato dalla letteratura, dalla filosofia, dalla psichiatria, dalla psicoanalisi e tentare di delimitare un campo possibile di riflessione, di studio e, se possibile, di azione terapeutica, quando la tematica acquista caratteri di sofferenza estrema e insopportabile. Gli autori affermano che in ogni relazione affettiva importante (RAI) è all’opera una tendenza a rendere perversa la relazione stessa, intendendo per “perversa” la tendenza appunto a cristallizzare le modalità del rapporto in una dimensione immobile e senza tempo, per espellerne le possibili sofferenze, separazioni e trasformazioni. Insomma, ogni amore tenderebbe a non tollerare l’idea della possibile trasformazione di sé e dell’altro, a non accettare che esistano le stagioni, le variazioni dei gusti, del carattere, del corpo, dei desideri e a fantasticarne un illusorio, idealizzato tempo zero, un tempo fuori dal tempo, dove ogni possibile trasformazione è resa impossibile. Si potrebbe pensare che, ancora più della separazione – tanto studiata dalla psicoanalisi, così da farla ritenere il meccanismo cardine della vita psichica – ciò che viene temuto in modo assoluto è il possibile cambiamento di sé o dell’altro, timore che impedisce di accettare che l’altro possieda in sé anche una dimensione di non totale riconducibilità a noi stessi. Come se non si riuscisse ad accettare l’idea che tale irriconducibilità – che a sua volta richiama l’idea, così difficile da accettare, dell’irreversibilità del tempo – è la fonte della paura, ma anche la radice di una possibile permanenza del sentimento amoroso attraverso il tempo. L’idea degli autori è che ambiguità e ambivalenza siano all’opera in questa tematica. In particolare, mentre l’ambivalenza rappresenterebbe l’inevitabile accettazione della diversità dell’altro e del suo manifestarsi nel tempo, l’ambiguità consisterebbe in una falsificazione del rapporto, in una tendenza a indurre confusione nell’altro per far finta che un problema sia sempre presente, mentre invece viene chiuso e alterato. Non c’è patologia in nessuno dei due casi: il problema è che l’altro sia riconosciuto, al tempo stesso, come estraneo da fronteggiare o come ospite da albergare. Ma per fare questo è necessario non essere abbagliati dalla fantasia accecante dell’assoluta permanenza. Sembra infatti emergere dalla paziente e dettagliata ricerca degli autori la considerazione che la difficoltà più aspra da superare non sia tanto la lontananza dell’oggetto d’amore, ma la sua costante presenza, che ci richiama alla realtà irriducibile dell’altro (…).

foto: Carlo Tarsia-Light 1

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