Gli toccherebbe la rassegnazione
ai dati dell’anagrafe, cessando
così, da un’ora all’altra, di sapersi
ancora amante e di pressante amore.

Dunque, per un conteggio impiegatizio,
dovrebbe allontanarsi dal recinto
dove chi cerca trova ed è trovato
e nei silenzi pulsano i respiri.

Potrebbe, allora, badare tranquillo
a chi non ha pudore a raccontargli
lo sguardo ricambiato, la parola
che torna a riaccendere e riavvia.

Deve, insomma, cacciarsi nella parte
dell’insipiente attonito accorato
che ha concluso il suo turno e al mattino
riceve il rendiconto dello specchio:

un’altra ruga, un altro cedimento
del collo, delle palpebre – le labbra
schiuse di porcellana – tremolanti
gelatine dei lombi, delle braccia.

(Ci fu un vegliardo che morì godendo;
un altro che passò gli ultimi mesi
alla finestra perso – innamorato:
l’uno e l’altro intessevano sapienze.

E Filemone e Saffo e l’usignolo
al suo meglio negli orti del tramonto.
A novant’anni canta incipriata:
“L’amato viene e porta in bocca il miele”).

Forse che la ragione può disfare
il desiderio e chiuderne le porte?
Forse che nelle dita la carezza
a un tratto come sterpo si dissecca?

Basta il cibo di ieri all’affamato?
E un lieve sogno allevia la veglia?
A maggio il tiglio tutto si riaddobba
delle sue inflorescenze profumate.

Ho avuto cento amanti ed altri cento
ne ha cercati nei giri delle voglie
(quali – domanda – furono i più vivi?)
Erano in tanti ed è rimasto solo.

Ma li chiama, appaiono, li abbraccia
per un piacere c’hè di sfinimento:
per quei fantasmi sveltamente caccia
e continua l’attesa e non dispera.

foto: Andreas Hubner-Girls in nature 5

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