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La casa delle parole, assai più durevole dell’altra che accoglie la nostra vita quotidiana, infatti, non resterà mai orfana e non vedrà scomparire tutti quelli che via via l’abitano. La poetessa Daniela Andreis, che in quella bambina s’identifica, lo sa bene. Ed è di entrambe le case che lei parla in questa silloge delicata ed intensa. Edificata quella terrena con materiali deteriorabili, come la  balsa e la cartapesta, o edibili, come il pane mangiato dal merlo, o ludici come i mattoncini lego, comincia a denudarla poco a poco di tutti gli arredi e delle sue stesse strutture portanti fino a scardinarla e cancellarla del tutto, così da poterla cantare soltanto coniugando i verbi  all’imperfetto come si fa nelle favole o come recita il testo della canzone “A casa” di Vinicius De Moraes, cantata nella versione italiana da Sergio Endrigo. Si ha l’impressione, leggendo questi versi, che l’autrice muova la sua scrittura intorno ai lemmi taciuti del ludus e dell’inludere e alle loro pluralità semantiche, alludendo sia all’ordito fallace dalla realtà con le sue immagini illusorie, sia alla scrittura come “gioco” distraente ed esercizio psichico-manuale di rielaborazione del luctus, parto diretto dell’illusorietà. C’è infatti molto della giocosità delle filastrocche in questi testi musicalissimi della Andreis, ma anche un desiderio di alleggerimento, di sconfinamento, un tentativo di misurarsi con la morte (mai direttamente nominata) attraverso un linguaggio pre-razionale, dilatato dall’enjambement e proiettato verso una dimensione misteriosa grazie all’uso dell’analogia. E se il frequente deragliamento semantico e una certa spezzettatura sintattica rimandano ai versi di “Per una tomba di Anatole” di Stéphane Mallarmé; ancora più evidente è l’impronta della poetica pascoliana nell’elaborazione del tema del nido familiare distrutto dalla morte e nella concezione del poeta come un fanciullino capace di parlare una lingua affatto coincidente con quella della quotidiana comunicabilità. Ma all’ossessività, al singulto pascoliani, al suo tremore di fronte al cosmo che è conseguenza di un profondo disagio psichico, la Andreis contrappone la pazienza della resa, l’umana e pacata consapevolezza che niente di ciò che abbiamo è davvero nostro: non il cortile, nemmeno il cancello, come sapeva già da tempo lo sguardo del padre che, osservando il melo in fiore, si chiedeva  quanti frutti avrebbe dovuto abbandonare e perché avrebbe dovuto persino i suoi rami spezzare. Con tenerezza composta ella si prepara ad andare incontro al padre, in una mano una bianca radice, nell’altra il nome della mia fermata, per offrirsi  tutta intera dalla nascita alla morte attraverso la scrittura: così aspetto di sfogliarmi/ di diventare carta/ di arrivare da te scritta. A cosa serve  -ci si domanderà a questo punto- l’instancabile metamorfosi, cosi tanto voluta dall’autrice, e del mondo reale e di se stessa in scrittura? La risposta, suggerita dalla citazione da Paul Celan: Il mondo è andato/ io devo portare te (che è uno dei due exergo scelti dall’autrice per introdurre la materia del suo canto), è molto probabilmente che la scrittura rappresenta il solo modo che la poeta ha di consegnare al padre una casa nuova in cui abitare per sempre, perfino oltre la casa della memoria individuale.

Tutta la silloge declina la supremazia della parola poetica sulle cose, sul loro  temporaneo possesso e sul loro fragile stare, sulla realtà trascorrente e mutevole: nessuna differenza, allora, fra il fare nido tra i rami di un pioppo o sotto una grondaia o tra le acacie, poiché tutti i nidi cadono. Infatti il gesto di spalancamento della casa familiare che l’abbandona a ciò che sta fuori, al vento ed alle tempeste, alla neve e alla pioggia, sottolinea non solo la passività delle cose di fronte al male esterno, alla tragica cecità del fato, ma anche la volontà della Andreis di abbracciare con i suoi versi tutto il pianto e tutto il lutto delle creature terrene, facendo coincidere la casa dell’uomo – che potrebbe essere letta anche come corpo fisico – con la casa del mondo, ugualmente transitoria ed ugualmente esposta, abitata e tuttavia perennemente orfana. Da qui ha origine quell’intima compassione, che è la disposizione prima del sentire poetico dell’Andreis. La poesia diventa, allora, la sola possibilità di salvare i nomi (ogni giorno chiudo a chiave una parola– scrive la poeta) così che bisogna fare presto a invocarne quanti più possibile (e correte, correte), senza stancarsi (e ancora, ancora) perché abbiano la loro arca galleggiante sull’acqua del diluvio (e dove, dove): Corri corri/ c’è da salvare dal ghiaccio/ il vetro/ e il vaso/ il rosmarino/ il merlo intrappolato nel pino. Tutto viene portato in salvo: insignificanti oggetti comuni, piccole creature del cielo e della terra, i dettagli del corpo (i piedi, le mani, le dita, gli occhi, i gesti), ogni cosa essendo “memorabile”, così come ripete per cinque volte nel testo che comincia con: memorabile è l’edera matta che balla sul muro.

Si verifica, infatti, uno sconfinamento nella sacralità ogniqualvolta la parola poetica sappia farsi comunione d’amore, come accade nel testo  “Ti busso” (pag.47), in cui  la liturgia eucaristica viene laicamente simbolizzata dal grano del foglio, dalla farina della parola, dal gesto paterno dello spezzare il nuovo pane dei versi sull’altare. O quando la parola scrosta la superficie della realtà per indagarne l’essenza, quando si fa acquasantiera, chiesa, benedizione e preghiera, quando colma i fori della casa interiore, e quando infine trabocca. Grazie ad essa la poeta può dire: Sono più grande delle porte/ passo sotto la sorte/ prendo il pane che mi è dato. Ritorna l’immagine del fiore che oltrepassa il tetto della casa disegnata dalla bambina e raggiunge la dimora celeste degli angeli, i quali sovrappongono la loro voce a quella delle umane cose; ma da un orecchio sanguino/ dall’altro sento la metà di quello che gli angeli dicono, scrive la Andreis, consapevole che la poesia parla da e di una dimensione altra, e che tuttavia essa né può tacitare il pianto vero dell’umanità, né dipanare il mistero o raggiungere quanti già abitano il cielo.

 

Franca Alaimo

15 maggio 2015