E cominciammo a parlare,
guardandoci, imbarazzati e schivi.
Intristivo nelle lacrime crescenti
ma non potevo piangere; e ardevo
prenderti la mano, se la mia
non avesse tanto tremato.
Facesti la somma dei giorni
che portavano a un altro convegno
benché ognuno sentisse.
Un suono scuto di una campana
infittì la stanza. “Ascolta” dissi
“Batte alta, come un cavallo al galoppo
sopra una strada deserta
né meno cruda d’un galoppo
perso nella notte”.
La morsa delle tue braccia
mi fece tacere, finché il rintocco travolse
il battito dei nostri cuori.
“Non posso andare” scandì la tua voce,
“Quanto vive di me è qui in eterno”.
Così in disparte te ne andasti.
Il mondo era mutato. La campana
giunse sopita e sempre più fioca
divenne una minuta cosa.
Confidai all’oscurità: “Se si ferma
devo morire”.

foto: Monica Argiolas-Nè il giorno, nè l’ora

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