(…) La questione non è che mi abbiano aperto, spalancato per sostituirmi il cuore, ma che questa apertura non può essere rinchiusa (del resto ogni radiografia lo mostra, lo sterno è ricucito con pezzi di filo di ferro ritorti). Io sono aperto chiuso. C’è un me un’apertura attraverso la quale passa un flusso incessante di estraneità: i farmaci immunodepressori e gli altri che servono a combattere alcuni effetti detti secondari, le conseguenze inevitabili (come il deterioramento dei reni ), i ripetuti controlli, tutta l’esistenza posta su un nuovo piano, trascinata da un luogo all’altro. La vita scannerizzata e riportata su molteplici registri ciascuno dei quali iscrive altre possibilità di morte. Sono dunque io stesso che divento il mio intruso, in tutti questi modi che si accumulano e si oppongono. (…).

foto: Silvano Ruffini-Tra la folla

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