(…) Un uomo dotato di spirito creativo ha poco potere sulla sua vita. Non è libero: è incatenato e spinto dal suo demone. È questa la dura legge del creativo: il dover scegliere fra libertà e necessità; il doversi chiedere – sempre e in ogni caso – se il fine giustifica i mezzi, ma soprattutto il non poter ricorrere ad altri, se non al proprio giudizio, nel darsi una risposta significativa.
Il creativo diventa giudice di se stesso e non sempre la sua regola interna risulta comunemente e collettivamente etica o giusta. Ma egli, purtroppo, non può renderne conto a nessuno se non al proprio destino. Ci rendiamo conto, guardando retrospettivamente ai fatti, di quante siano state le occasioni in cui ci siamo trovati a scegliere se perseguire il bene altrui, sacrificando l’adempimento di quello che sentiamo come un compito vitale per noi, o proseguire diritti verso la nostra meta, scavalcando, e a volte anche calpestando, le altrui necessità. Coloro che hanno scelto questa seconda via, non possono dirsi persone inumane o insensibili; probabilmente hanno sofferto profondamente e hanno silenziosamente portato con sé il peso delle proprie colpe, ma rinunciare, per loro, avrebbe significato morire al senso che la vita li chiama a realizzare. Sono del parere che abbiano avuto più coraggio, maggiore dedizione, forse anche più egoismo, ma che si siano dimostrati più creativi nel seguire il loro demone, piuttosto che sacrificarlo. Nessuno, dall’esterno, potrà mai giudicare di queste scelte; nessuno se non l’interessato potrà viverne fino in fondo la lacerazione, ma sicuramente per il creativo è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti (…).

foto: Samuel Gazé – Thinkin’

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