La profondità ama la maschera come asserisce Nietzsche e se la maschera entra a far parte del complesso capitolo del vero sapere, ogni sua ricusazione toglie carattere di infinità all’indagine conoscitiva dal momento che ad ogni profondità corrisponde un’altra profondità. Si capisce da ciò che la maschera serve per comprendere non per capire. Comprendere e capire sono verbi apparentemente uguali, entrambi si rivolgono in apparenza il sapere, ma in verità è solo il comprendere ad aprire alla profondità il concetto di tempo spirituale, divino. Ce lo dicono i miti, Atteone e Diana, Apollo e Daphne che, quando parlano, vaticinano ancora di un tempo in cui gli dei (che non amano farsi cogliere di nascosto perchè il dio ama il pudore e quindi la profondità di colui che comprende) chiedono, avant tout, una dialogicità relazionale oltre il tempo fisico, al di la del bene e del male. L’arte è come il Kairòs, comprende, cioè si intuisce senza assunzioni pretestuose di scadenze, ovvero non si avvale del capire. Asserire di capire un’opera non conduce a nulla se non a un tempo numerico che non ha nulla di semantico, di profondo e senza l’arte della maschera, che scopre ad ogni passaggio un volto diverso, non si giunge alla natura del vero. La spiritualità della maschera è impegnativa, non si può capire perchè il suo volto non è declinabile con un giudizio tout-court, chiede prima di tutto comprensione. Ma allora, come fondare il giudizio partendo da quella parola che mondi possa aprirti e forgiare un utile strumento alchemico in grado di resistere alle forti pressioni della profondità? Il verbo comprendere porta ad una derivazione che accoglie tutto ciò che non appartiene al kronos , al tempo metodologico, quello che, per intenderci, si lega alla scienza sperimentale in grado di dividere l’esistere in epoche, giorni, minuti. Quindi, per entrare dentro un autore, bisogna dissezionare l’opera in riferimento al comprendere non al capire. Il verbo fa uso del suffisso cum che abbraccia la dia-logicità del concipere cioè dell’essere insieme con i nostri sistemi critici individuali vocati al giudizio che per Kant è universale e senza concetto. Il vero è nel comprendere; solo così l’arte trova il suo Midrasch (per dare giusto peso ad una parola ebraica che riconduce al senso interpretativo del conoscere) e interessare la ricerca di un sapere che guarda alla profondità non come tempo meccanico ma come tempo dell’arte, in cui la sfera dell’esegesi corre lungo il vettore che porta allo spirito. Attraverso l’interpretazione vissuta con la mediazione di un poeta, l’arte offre un’altra forma, assume la valenza di qualcosa di eterno in cui l’attimo diventa vissuto e si sottopone alla funzione revisionista della storia dell’uomo. Solo in questo modo oggi noi possiamo parlare di un artista universale e Luca Bresciani col suo Modigliani offre la chiave dell’enigma: L’arte è la maschera che, attraverso la revisione semantica dell’intuizione, dell’attimo vissuto fuori da uno spazio geometrico, si avvale della comprensione per scavare delle profondità dove il limite della gnosi si confonde con l’infinito e quindi con l’eterno. Egli fa dire: La mia arte/ è un fuoco che resiste/ soltanto se l’alimento/ aggiungendo un volto. Quel volto senza occhi è la maschera della profondità esistenziale, l’unica ad avere il diritto di attribuirsi l’appellativo di Verità aprendosi alla discussione sulle verità, al midrash appunto, in cui l’esegesi non è metodo ma arte di restituire la storia di un uomo e della sua vita alla eternità.

 

 

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