Ora che posso obbedire a me stessa,
affilo il desiderio di rifiutarmi.
Giacché è presente e inutile il mio nome
e come di periferia il mio corpo,
spoglio di ogni incanto e desiderio.

Io morirò fulminata a giugno,
prima della pioggia, alla raccolta degli ultimi fasci.
Cadrò sul prato raso a festa
e coltiverò l’erba per essere falciata
a settembre un’ultima volta.

Non lascerò niente di cui seppellirmi.
Nessun lamento, nessuna tomba da accudire.
Allora invecchieranno gli inverni
e sbocceranno i crochi anche dentro la greppia
di questa stalla, perché sarò il fieno
e come il fieno sarò ruminata,
lontana in conclusione dai rosari e dalle preghiere.

Mi unirò ad un soffitto muto,
a un pavimento rivestito di letame.
E sarà il mio dolcissimo ritorno
il silenzio che qui divora il tempo tra mattino e sera,
la veglia di un ramo d’ulivo,
riposto ad ogni Pasqua
da mani ricolme di fede
che guarderò continuare.

foto: Lino Frongia-Desolandia

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