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Dal punto di vista letterario (e perfino psicologico), tutto questo è interessante, però il risultato più palese è un appiattimento generale, dal quale si salvano poche voci, e, forse, più delle altre, quelle che trovano nel dialetto una tradizione storica, una memoria familiare. Oppure quelle voci che giungono dal sud, dove il processo storico, più lento che al nord, lascia intatta la tipica chiarezza mediterranea per quel che riguarda l’oggetto del cantare, ed evita che l’ammodernamento linguistico venga spinto all’estremo.

Un altro aspetto notevole, come sottolinea Cucchi nella sua prefazione, è la presenza del poemetto in prosa, che per lo più evidenzia le stesse caratteristiche della poesia. Del resto, da quando la poesia non solo si è liberata dalla metrica, ma anche dalle figure della retorica, il confine fra prosa e poesia si è sempre più assottigliato. La spezzatura dei versi è sempre più guidata da un ritmo tutto interiore, che ora è breve e concitato, ora si allarga in versi lunghissimi, talvolta di tono narrativo, sufficientemente allineati all’elemento temporale, talvolta devoti a certi bagliori onirici e surreali.

Gli autori stranieri, che l’antologia raccoglie, sono soltanto cinque (sei, si considera il saggio di Mailis Pold sulla poeta estone Mari Vallisoo), tutti accomunati dall’essere nati nei primi anni del secondo dopoguerra.

Si tratta di poeti innovatori, che, pur restando dentro la cantabilità del verso, lo hanno sottratto alle gabbie delle forme, e lo hanno condotto verso traguardi di maggiore adesione alla realtà contemporanea. Autori che non hanno, però, spezzato il senso e che ne hanno cercato uno nuovo, spesso registrando malesseri sociali e morali.

Se, invece, ritorniamo ai poeti italiani, a parte Ederle, che è il più anziano, soltanto pochi sono facilmente decifrabili, come, per esempio Lorenzo Caschetta, sensibile a problematiche sociali, o Igor De Marchi, rivolto ad elaborare frammenti di autobiografia; ma, come già accennavo, man mano che gli autori si fanno più giovani, più è difficile comprenderli.

Non sto, con queste osservazioni, esponendo criteri di giudizio estetico. Non desidero affatto affermare che i versi più chiari siano migliori degli altri più chiusi ed oscuri; ma soltanto prendendo atto del destino a cui si sta avviando la poesia italiana.

Sono convinta, però, che proprio questa oscurità sia la causa che ha allontanato i lettori dalla poesia, sempre più affidata alla figura (talvolta improvvista) del critico e sempre meno alla fruizione del pubblico. La poesia sta, insomma, diventando un genere per i pochi addetti al lavoro. È un bene o un male? Lascio a chi legge la risposta non certamente semplice.

L’antologia “Quadernario” costituisce comunque una lettura importante: intanto essa dà voce a poeti già collaudati ed altri emergenti ( secondo un criterio del tutto ‘democratico’); raccoglie e confronta stili poetici e contenuti; affianca nazionalità e lingue diverse: offre, insomma, un variegato spaccato sull’evoluzione della poesia a partire dal secondo dopoguerra.

Ed il risultato finale è quello di rinfocolare la passione per quest’arte, che, per quanto oggi possa apparire marginale dal punto di vista economico, è certamente tra le più praticate.

 

Franca Alaimo

7 settembre 2015