Aspettando l’attesissimo “Conversazioni con Iosif Brodskij” di Solomon Volkov con la traduzione di Galina Dobrynina, la redazione vi offre una serie di articoli, estratti di saggi e poesie, del grande maestro della poesia russa del ‘900

IOSIF BRODSKIJ:
UNA BIOGRAFIA INTELLETTUALE di Anna Condello

 

  1. BRODSKIJ NELL’ESILIO FUORI DALLA RUSSIA

Nel giugno del 1972 quindi Brodskij arrivò a Vienna vivo, libero ma solo: i manoscritti delle sue poesie, i suoi genitori e il figlio di quattro anni rimasero a Leningrado. Rifiutandosi tuttavia di drammatizzare la sua situazione Brodskij cercò di trarre un insegnamento da tutte le assurdità che si erano presentate nella sua vita:

Ho cercato molte volte di convincere i miei amici, senza molto successo, in verità, che la cosa più importante è non prendere troppo sul serio quello che ti accade. Se davvero pensi di essere tanto buono, se pensi che nei tuoi confronti si sta compiendo una terribile ingiustizia è una catastrofe. L’unico principio valido è che bisogna sempre, più o meno, aspettarsi il male.

In Austria Brodskij ricevette il primo “risarcimento” delle perdite incontrando il poeta da lui adorato: W.H. Auden. Nel 1969 George L. Kline (professore di filosofia al Bryn Mawr College in Pennsylvania) stava traducendo delle poesie di Brodskij per la casa editrice inglese Penguin e Brodskij avrebbe preferito Auden come ideale autore della prefazione al futuro libro. Il suo desiderio potè realizzarsi e appena giunto a Vienna Brodskij va a trovare Auden nella sua casa estiva nel villaggio di Kirchstetten:

Volgendomi indietro e ripensando alle conversazioni che ebbi con lui nelle tre settimane successive, in Austria e poi a Londra e a Oxford, odo la sua voce più della mia, anche se, devo dirlo, lo torchiai ben bene sul tema della poesia contemporanea, e specialmente sui poeti in quanto persone. Del resto, era abbastanza comprensibile, dal momento che l’unica frase inglese che sapevo di poter pronunciare senza errori era: “Mr. Auden, che cosa pensa di … “– e seguiva il nome. […] Durante quelle settimane in Austria si prese cura delle mie faccende con la sollecitudine di una buona chioccia. Tanto per cominciare, mi arrivarono inesplicabilmente telegrammi e altra corrispondenza indirizzati “c/o W.H. Auden”. Poi scrisse all’Accademia dei poeti americani chiedendo che mi procurassero qualche aiuto finanziario. Fu così che ricevetti i miei primi soldi americani – mille dollari per l’esattezza -, destinati a durarmi fino a quando ebbi il mio primo stipendio dalla University of Michigan. […] poi da Londra mi arrivò – c/o W.H. Auden – un invito a partecipare al convegno “Poetry International” che si teneva al Queen Elizabeth Hall, e tutt’e due prenotammo lo stesso volo della British European Airways. […] Lui si appoggiò al leggio e per una buona mezz’ora riempì la sala con i versi che conosceva a memoria. Se mai ho desiderato che il tempo si fermasse, fu allora, dentro quella vasta sala scura sulla riva meridionale del Tamigi. Disgraziatamente non si fermò. Anche se l’anno seguente, tre mesi prima che Auden morisse in un albergo austriaco, ci trovammo di nuovo insieme a recitare i nostri versi. Nella stessa sala.

Successivamente nella summenzionata prefazione Auden scrisse di Brodskij:

non è uno scrittore facile, ma anche una rapida lettura rileverà che, come Van Gogh e Virginia Woolf, ha una straordinaria capacità di immaginare oggetti materiali come segni sacramentali, messaggeri dell’al di là

Brodskij dedicò due poesie a Auden, scrisse la prima, Elegy, in inglese e la spiegazione della sua scelta è contenuta nel titolo del saggio dedicato allo stesso Auden: Per compiacere un’ombra. E nel saggio stesso:

Scrivere in inglese era il modo migliore per avvicinarmi a lui, per lavorare sullo stesso terreno, per essere giudicato, se non secondo il suo codice di coscienza, almeno secondo quello spirito o quella qualunque altra cosa che nella lingua inglese ha reso possibile un tale codice di coscienza. […] Spero soltanto, scrivendo nella sua lingua, di non abbassare il suo livello intellettuale, il suo piano d’osservazione. E’ tutto quello che si può fare per un uomo migliore di noi: continuare nel suo filone; in fondo, credo, sta in questo l’essenza di ogni civiltà […] Certo, lui era ormai in un luogo dove le barriere linguistiche non avevano molto peso, ma qualcosa mi diceva che forse avrebbe gradito di più le mie parole se con lui mi fossi spiegato in inglese.

Nella seconda poesia dedicata a Auden, in russo con il titolo Йорк (York, 1976) – città natale di Auden che Brodskij visitò nell’estate del 1976 in compagnia di Veronique Schiltz e Diana e Alan Myers – Brodskij ricorda il loro incontro. E’ possibile infatti notare che l’ultima parte della prima strofa:

И твой голос — “Я знал трех великих поэтов. Каждый
был большой сукин сын” — раздается в моих ушах
с неожиданной четкостью. Я замедляю шаг

(E la tua voce – “Conobbi tre grandi poeti. Ognuno / era un grande figlio di puttana” – risuona nelle mie orecchie / con una chiarezza inattesa. Rallentai il passo)

sia riportata e spiegata nel saggio:

Dietro questo desiderio non c’è vanità, ma una certa fisica umana che spinge una minuscola particella verso una grossa calamita, anche se alla fine ti può succedere di fare eco alle parole di Auden: “Ho conosciuto tre grandi poeti, tutti e tre gran figli di puttana”. Io: “Chi?”. Lui: “Yeats, Frost, Bert Brecht”. (Be’, per Brecht aveva torto: Brecht non era un grande poeta).

Nel 1972 Brodskij conobbe anche un altro poeta da lui stimato, Robert Lowell, al Festival Internazionale della Poesia durante il quale Lowell lesse le poesie di Brodskij in inglese e Brodskij le recitò in russo. In seguito Lowell invitò Brodskij a Kent e nel 1975 si incontrarono all’Università del Massachusetts e Brodskij fu di nuovo invitato nella casa di Lowell a Brooklyn. Nel 1977 Brodskij dedicò a Lowell una poesia in sua memoria in inglese: Elegy: For Robert Lowell.
Nello stesso anno Brodskij diventò cittadino americano. Questo è il motivo per il quale gli americani si riferiscono a Brodskij, (a nostro parere impropriamente) come “Russian – born American poet” e cambiano il suo nome senza traslittarlo in Joseph Brodsky.
Sempre nel 1977 venne pubblicata la quarta raccolta con il titolo Часть Речи (Una parte del discorso), formata da quarantadue poesie. In questa raccolta i viaggi lasciano la loro traccia, tuttavia come sostiene A. Losev

è erroneo […] ascrivere al genere dei viaggi quasi tutta la lirica di Iosif Brodskij degli ultimi anni, […]. L’esilio è qualcosa di completamente contrario al viaggio. […] Il viaggiatore vede intorno svariati paesi, l’esiliato tutto il tempo la sola NON-patria.

Sostanzialmente d’accorso con Losev bisogna tuttavia aggiungere che Brodskij non descrive semplicemente il luogo della visita ma ne fa un commento lirico, filosofico, storico, letterario su cui spicca la sua personalità. Una delle migliori poesie di questo tipo è Декабрь во Флоренции (Dicembre a Firenze, 1974) in cui Brodskij sente di Firenze l’affinità del suo destino con quello di Dante (malgrado che Brodskij in nessun luogo lo chiami per nome). Le immagini della città e i pensieri di Brodskij si fondono talmente che al posto di Dante,
Firenze e l’Arno si potrebbero scorgere Brodskij, Leningrado e il Neva:

Есть города, в которые нет возврата.
Солнце бьется в их окна, как в гладкие зеркала. То есть,
в них не проникнешь […].
Там всегда протекает река под шестью мостами.
Там есть места, где припадал устами
тоже к устам и пером к листам. И
там рябит от аркад, колоннад, от чугунних пугал;
там толпа говорит, осаждая трамвайный угол,
на языке человека, который убыл.

(C’è una città in cui non c’è ritorno. / Il sole batte nelle sue finestre, come su specchi lisci. Cioè / , in essi non penetri […]. Là sempre scorre il fiume sotto sei ponti. / La c’è un posto, dove si serrò con le labbra / anche alle labbra e la penna ai fogli. E / là s’increspa dalle arcate, colonnate, dai spaventapasseri di ghisa; / là la folla parla, sovraccaricando l’angolo tranviario, / nella lingua dell’uomo che morì)

Altre poesie che dipingono il quadro del luogo con gli occhi non del turista, ma del poeta sono: В озерном краю (Nel paese dei laghi, Ann Arbor Michigan, 1972) “Осенний вечер в скромном городке…” (“Sera d’autunno in una modesta cittadina…”), Лагуна (La laguna, 1973), Темза в Челси (Il Tamigi a Chelsea, 1974); Мексиканский дивертисмент (Divertimento Messicano, 1975), Колыбельная Трескового Мыса(Ninnananna del capo di merluzzo [o Cape Code], 1975).
In questa raccolta sono contenute inoltre due delle poesie “classiche” di Brodskij:Сретенье (Nunc Dimittis, marzo 1972) e Одиссей Телемаку (Odisseo a Telemaco, 1972). La situazione dell’esilio in un triplo senso: politico, fisico e ontologico si esprime in 1972 год(Anno 1972, 18.12.’72). Il punto di partenza per una meditazione su Dio e l’uomo è la svolazzante Бабочка (La farfalla, 1972). Il ciclo di poesie brevi che dà il titolo all’intera raccolta esprime la situazione psicologica del poeta in esilio tramite l’alienazione del linguaggio.
Per ciò che riguarda l’evoluzione poetica si è già accennato al fatto che Brodskij, lasciando la Russia, conclude il suo periodo lirico: “Con il viaggio fisico via dalla sua città natale, Brodskij ha iniziato il suo viaggio anti-lirico”, sostiene la Poluchina. I sentimenti si fanno più nascosti, le emozioni più controllate e il sistema poetico di Brodskij volge in direzione del razionalismo, dell’estrazione e soprattutto verso un tono neutrale. Lo stesso Brodskij asserisce:

negli ultimi dieci o quindici anni, diciamo dieci, del tutto consapevolmente, cerco di liberare i versi da effetti esteriori. Cioè cerco di non alzare la voce, ma, al contrario, di diminuire la voce.

Risultano invece conservate e sviluppate le componenti originali della sua poesia quali: l’immediatezza e sincronismo nella percezione della realtà e la sua istantanea trasposizione su un piano metafisico, in altre parole la facoltà di guardare nello stesso momento in diverse direzioni comunicando all’istante i vari punti di vista ma con i propri occhi, cioè gli occhi di un poeta dotato di una profondità di visione impareggiabile; la densità di pensiero nel raggiungere l’essenza dei problemi umani riassumendoli in una definizione sintetica; l’inventività introdotta da una rete di metafore e similitudini che coinvolgono spesso la materializzazione dell’astratto (soprattutto il linguaggio), il trasferimento di caratteristiche umane al mondo non umano, l’identificazione dell’uomo e del poeta con il linguaggio; l’ironia e/o l’autoironia nella presentazione di sentimenti forti; ma più di tutto si consolida la percezione e descrizione del mondo attraverso il prisma del linguaggio. Non a caso la quarta raccolta, Часть Речи che contiene poesie composte dal 1972 al 1976 porta il titolo simbolico dell’inizio della nuova realtà di Brodskij, in cui egli è rimasto solo con il proprio linguaggio “che non intendo abbandonare e da cui spero di non essere abbandonato”:

От всего человека вам остается часть
речи. Часть речи вообще. Часть речи.

(Di tutto l’uomo vi rimane una parte / del discorso. Una parte del discorso in genere. Una parte del discorso.)

Dal 1972 per i successivi nove anni Brodskij mantenne la carica di poet-in-residence all’Università del Michigan ad Ann Arbor presso il Dipartimento di lingue e letterature slave. Tenne numerose
conferenze di letteratura comparata, di poesia russa ed inglese, e studi classici in svariate universià americane. Si trasferì quindi a New York insegnando “a interpretare la poesia” in due università americane. Nel frattempo nel 1978 ricevette una laurea honoris causa di Dottore in Lettere dall’Università di Yale. Nel 1979 vinse il Premio Feltrinelli per la poesia e il Premio Mondello per la letteratura. Divenne membro dell’Accademia Bavarese delle Belle Arti e dell’Accademia americana delle Arti e Scienze. Quando, però Evtusenko fu eletto dall’Accademia americana il 20 maggio 1987 Brodskij un mese dopo si dimise.
Brodskij viaggiò molto sia in America sia in Europa, da turista e da lettore delle sue opere. Con il suo primo stipendio, dopo il primo semestre ad Ann Arbor, trascorse il Natale a Venezia. Da allora Brodskij vi tornò quasi ogni anno:

Salvo due o tre eccezioni dovute ad attacchi di cuore o ad analoghe emergenze, riguardanti me o qualcun altro, a Natale o poco prima mi sono affacciato ogni anno da un treno/aeroplano/vaporetto/pullman e ho trascinato le mie valigie, cariche di libri e macchine per scrivere, fino alla soglia di questo o quell’albergo, di questo o quell’appartamento.

L’Italia attraeva Brodskij per la sua cultura, le sue arti storiche. Nel 1981 infatti trascorse a Roma quattro mesi leggendo polverosi manoscritti di Orazio, Virgilio e Ovidio. Come risultato di questa esperienza nel 1982 compose Римские Элегии (Elegie Romane):

scrissi i versi su ciò che pensavo, che sentivo e, in quel momento, volevo mettere sulla carta. […] Ma come sempre quando si scrive su qualcosa, si aggiunge qualcosa della vita precedente, o se ci si riesce, della vita futura.

Nell’intervista Brodskij rivela di aver paragonato la propria situazione con quella di Goethe a Roma; probabilmente fu per questo motivo che diede ai suoi versi dedicati a questa città lo stesso titolo dell’opera di Goethe. Brodskij svela inoltre che fra i nomi classici di donna citati nell’elegia si celi quello di una ragazza romana con cui Brodskij ebbe una storia d’amore, d’altra parte:

Лесбия, Юлия, Цинция, Ливия, Микелина.

(Lesbia, Giulia, Cinzia, Livia, Michelina.)

erano i nomi delle donne amate dai vari poeti latini.
Credendo (e forse sperando) che Brodskij abbia potuto sentire una certa affinità fra la più classica delle città italiane e San Pietroburgo, la più classica delle città russe, rivolsi a Brodskij la mia domanda, ma ricevetti una risposta negativa. Brodskij in quel momento non colse l’aspetto artistico che le due città possono avere in comune, ma nel pensare a Roma ne intravide solo l’immagine di capitale imperiale. Immagine che a parere di Brodskij non si riflette in nessuna delle cittàusse: “L’unica che assomigli a Roma, che ha una certa somiglianza con Roma è New York. E’ lo stesso principio imperiale, cioè lo slancio verso la grandiosità.” O più semplicemente nella mente di Brodskij fra i due termini di paragone che comprendessero San Pietroburgo e una città italiana, quest’ultimo posto era già stato occupato da Venezia, per motivi di affinità geografiche e meteorologiche collegate da motivi spirituali. Brodskij coglie una somiglianza fra la nostra città e la sua città natale ancora prima di conoscerla, leggendo una storia ambientata a Venezia:

L’atmosfera era crepuscolare e pericolosa, la topografia era complicata da un gran numero di specchi; […] La cosa principale era che la storia si snodava in capitoletti di una pagina o una pagina e mezza. La loro rapida successione dava il senso di tante strade umide, fredde, anguste, […] Per uno nato dalle mie parti, la città che affiorava da quelle pagine era facilmente riconoscibile e sembrava un prolungamento di Pietroburgo, una sua proiezione in una cornice storica migliore e, ovviamente, a una latitudine migliore.

L’acqua è l’elemento che unisce le due città fisicamente e l’amore di Brodskij per l’acqua le accomuna spiritualmente:

Ho sempre aderito all’idea che Dio sia tempo, o almeno che lo sia il suo spirito. […] In ogni caso ho sempre pensato che se lo spirito di Dio aleggiava sopra la faccia dell’acqua, l’acqua non poteva non rifletterlo. Da qui il mio debole per l’acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e – poiché sono un nordico – per il suo grigiore. […] E’ questo, in definitiva, che ti porta a questa città – al mondo che la marea porta l’Adriatico e, per estensione, l’Atlantico e il Baltico.

Brodskij visitò anche l’Inghilterra: nel 1979 e 1981 prese parte al Festival Internazionale della Poesia a Cambridge. Nel 1978 e 1985 tenne conferenze e letture pubbliche in numerose università britanniche. Dedicò all’Inghilterra il ciclo di poesie В Англии (In Inghilterra) che fu pubblicato in una edizione limitata di solo sessanta copie per il suo compleanno.
Nel 1983 viene pubblicata la raccolta Новые Стансы к Августе (Nuove stanze ad Augusta), che contiene le cosiddette liriche ?d’amore? (dal 1962 al 1982) dedicata ad una non identificata donna se non tramite le iniziali L.B. La raccolta che comprende poesie stampate su tutte e quattro le raccolte precedenti e anche poesie inedite, è stata indicata dallo stesso Brodskij come modello per la composizione di una raccolta di sue opere e si è indicato fra virgolette d’amore perché questo genere di poesia è strettamente connessa con una comprensione filosofica della vita.
Nel 1986 è stata pubblicata una raccolta di saggi in inglese, Less than one (Meno di uno) che si può considerare: 1) un’amplificazione delle poesie 2) un commento alla sua opera 3) un’autobiografia. Quanto al primo punto si può osservare che la sua prosa contenga lo stesso sistema metaforico e la stessa indentità semantica della poesia.
Quanto al secondo punto quando Brodskij tratta degli altri scrittori e della loro opera è come se parlasse di se stesso. Ciò si può evincere da molti argomenti trattati in questo lavoro. Quanto al terzo punto è stato già spiegato all’inizio di questo capitolo (cfr. p. 8 – 9) ma in ogni caso qui si può affermare che autobiografica sia tutta l’opera di Brodskij, dal momento che la memoria s’intreccia sempre alla riflessione.
Il 10 dicembre del 1987, all’età di 47 anni, Brodskij fu il quinto russo a ricevere il premio Nobel per la letteratura, preceduto da I. Bunin (1933), B. Pasternak (1958), M. ?olochov (1965) e A. Sol?enicyn (1970). La rivista letteraria “Новый Мир” fece finalmente conoscere anche in patria (malgrado Brodskij da anni fosse letto segretamente) le sue poesie ma solo dopo che il suo titolo fu annunciato; poiché il Nobel:

Ha complicato le cose. La pubblicazione rischia di apparire come dettata dalle circostanze, è diventato un caso politico. La decisione ha superato ormai le competenze del collegio redazionale ed èsalita in alto, verso le alte sfere, dove si sente solo il frullo delle ali dei serafini. Non mi meraviglierei se non se ne facesse niente o se la cosa finisse con qualche scelta fiacca.

Oggi Brodskij è ampiamente pubblicato in Unione Sovietica. Già a partire dal 1990 sono apparse diverse raccolte di poesie e studi sempre più numerosi vengono pubblicati sulle riviste sovietiche come testimonianza di una completa “riabilitazione”.
In questo modo Brodskij ancora una volta profetizzò il suo destino quando, nella lettera indirizzata a Bre?nev alla vigilia della sua partenza scrisse: “I poeti ritornano sempre, in carne o sulla carta. Voglio credere che ambedue siano possibili”. Entrambi i desideri divennero realizzabili, tuttavia Brodskij è ritornato in patria “sulla carta” ma il suo rientro “in carne” non risultò così semplice.  Il motivo di questa sua riluttanza è desumibile dalle pagine di La condizione che chiamiamo esilio in cui Brodskij fa un consuntivo fra gli effetti negativi e positivi che l’esilio produce su uno scrittore propendendo per quelli positivi (primo fra tutti, la condizione metafisica dell’esilio – intrinseca per un poeta). E si può leggere fra le righe della sua risposta nell’intervista. Nonostante Brodskij adduca svariati motivi – sicuramente legittimi – ci sembra di poter affermare, partendo dalla frase “E’ come tornare dalla patria moglie”, che tali motivi siano solo dei pretesti per velare (come Brodskij fa sempre) i suoi sentimenti di orgoglio. Brodskij sente di avere un legame indissolubile con il suo primo amore, la Russia, ma lei lo ha respinto facendolo soffrire profondamente. Se Brodskij era indeciso a ritornare ciò significava che ancora non l’aveva perdonata, identificandosi in un certo senso con Dante che umiliato dalla sua Firenze non volle più tornarvi: ?C’è una città in cui non c’è ritorno?e l’epigrafe di Dicembre a Firenze dice: “этот, уходя, не оглянулся…” (“Questi, andandosene, non diede uno sguardo indietro”). O semplicemente non era riuscito a trovare un equilibrio interiore nella sua anima scissa.
Nel 1991 uscì  in Italia la meravigliosa opera Fondamenta degli incurabili, in cui le immagini di Venezia, i pensieri di Brodskij sulla città e i suoi ricordi s’intrecciano creando una prosa, per così dire, poetica:

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo – alias – acqua abbia lasciato sulla terra ferma, in qualsiasi parte del globo. In più esiste indubbiamente una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo – ossia degli edifici veneziani – e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. E’ come lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico.

Nel novembre del 1992 Brodskij visitò anche la nostra città – Messina -, dove fu protagonista di un ulteriore riconoscimento con l’assegnazione del Premio Internazionale “Città dello Stretto.”
Fu in quell’occasione che mi si delineò la possibilità di conoscere personalmente il poeta che già avevo scelto come argomento della mia tesi di laurea.
La possibilità diventò reale e l’intervista a Brodskij ne è il risultato.

Innamorato dell’Italia, quando comprese che i problemi cardiaci di cui soffriva da tempo si andavano aggravando, espresse il desiderio di venire seppellito nella sua “personale forma del Paradiso”: Venezia, la città di acqua e canali, come la natale Leningrado e là, dal 28 gennaio del 1996, giorno della sua morte, ha trovato per sempre riposo.

Riferimento:

http://www.russianecho.net/contributi/speciali/brodskij/bio.html

 

“Questa città non merita pietà”

Iosif Brodskij

Inguaribilmente sana se ne uscì
(c’era tanta trippa per gatti, uomini e dame
non per poeti o lemuri o strani)
da Calle de la Fava dietro la Consolazione o Fornicazione, mi pare,
con un cartoccio di avanzi di pollo e avanzando:
altera, onesta, fiera e selvatica vardarme de sbiego
(ricordi caro Diego)?
occhi d’aquila, agata e Pieve di Soligo
la gattara veneziana di Noventa non ricordo o di Rovigo.
Parlammo di Olga Rudge, Ezra Pound, di Brodskij e Pasolini
delle Gauloises della Bachmann, della lista dei barbari e dei vini
dei fondamentali per gli incurabili del calcio e della vita,
della cardiopatia, del trench e del patronimico
che ai suoi occhi parassitavo,
parietaria, all’ombra della città e dell’invisibile poeta
e dell’essere irresponsabile di fronte ai sogni miei ad occhi aperti e intanto,
diuretici, betabloccanti, birre e spritz coll’Aperol mi ricordavano,
anche lei lo manifestò col disprezzo dell’acronimo S.S.P.P.
che poche ragioni avevo di sprizzar gioia
fin che al Paradiso Perduto per sua Misericordia,
mentre con il pianista si consolava e civettava,
liberai: lei e me stesso e come un gatto
cambiai aria.