Aspettando l’attesissimo “Conversazioni con Iosif Brodskij” di Solomon Volkov con la traduzione di Galina Dobrynina, la redazione vi offre una serie di articoli, estratti di saggi e poesie, del grande maestro della poesia russa del ‘900

Visita a un poeta
(in memoria di J. Brodskij nell’anniversario della nascita – 24 Maggio 1940)
– di Luciana Moretto

Mi andavo chiedendo – quella mattina del 7 Maggio del 2000 (era domenica, dettaglio non ininfluente onde azzardare un’ipotesi al deragliamento di senso…) sul vaporetto che bordeggiando all’esterno, in vista del mare aperto, si teneva tuttavia ben accosto alla laguna di Venezia – che cosa ci facesse tutta quella gente con un mazzo di fiori in mano: vagamente pensai che fossero abitanti di una qualche isola remota, sperduta, senza negozi di fiori coi quali poter ingentilire la tavola della festa e per questo la gente si fosse rassegnata all’idea di portarseli appresso -quei fiori – dopo averli acquistati alle bancarelle della stazione.
Idea insensata ahimè che andò vagando per un bel po’ nei meandri della mia mente finchè il filo logico dei pensieri riconoscibili riprese a cucire insieme normali relazioni di causa – effetto.

Per intanto fu subito imbastita lì su due piedi una giustificazione al riprovevole errore: eh sì… si va sempre alla fin fine in un’isola remota, sperduta, dove si suppone non ci saranno negozi di fiori per la tavola della festa…
Mi vien da pensare che quel neurotrasmettitore avesse patito della stessa instabilità che il procedere su e giù e per giunta a zig-zag del vaporetto aveva causato ai miei piedi: è naturale – è dettato dall’esperienza comune – che quando si viaggia sull’acqua si è alla costante ricerca di un equilibrio…
L’attracco all’isola di S. Michele nel solito modo brusco, come una gomitata, un tonfo, indusse il grappolo di persone a scendere rapidamente a riva: in fondo eravamo tutti là per lo stesso motivo quindi tanto valeva essere solleciti e soprattutto diligenti.
La mappa fornitami dal custode mi aiutò a orientarmi nel labirinto dei vialetti e dei comparti: oltre uno slargo in cui un meraviglioso fagus pendula faceva bella mostra di sé, l’entrata al cimitero degli Evangelici.
Aveva scritto: “Io non so più in quale terra riposerò” e veramente non pareva luogo di riposo quella Venezia che avrebbe dovuto essere primaverile ed era invece un acquario struggente e nebbioso come abitato da spettri.
Dei tratti amari del suo volto, della sua poesia al tannino, qualcosa era rimasto nell’arruffata povertà della tomba che associava per così dire al tono dimesso di un tumulo di terra scarno ed essenziale una lapide con soli il nome e due date: acuminato compiacimento ed insieme estremo elogio della propria polvere.
Unica nota di gentilezza in tanto agra scontrosità un monticello di ciottoli appiattiti – variegati, colorati, striati – posti uno sopra l’altro e poi, mischiate insieme, conchiglie e stelle marine… il tutto sistemato sopra il bordo della lapide: modesti segni di omaggio, riferimenti al mare, lasciati evidentemente da ciascuno degli estimatori del grande poeta il quale aveva ritrovato a Venezia (nella Venezia invernale ) un po’ del paesaggio, delle atmosfere e degli odori del suo Baltico.
‘Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove / onde grigie di zinco vengono a due a due; / di qui tutte le rime, di qui la voce pallida / che fra queste si arriccia, come un capello umido; / se mai s’arriccia…’
E in effetti la prima volta che mise piede a Venezia nell’inverno del 1972 – come ricorda il poeta – fu investito in pieno da una sensazione di suprema beatitudine: le sue narici furono toccate da quello che era a suo dire sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Da qui il suo debole per l’acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e – poiché era nordico – per il suo grigiore.
Forma addensata del tempo egli considerava l’acqua e qui – nell’isola dei morti – effettivamente tempo ed acqua avevano raggiunto la sintesi suprema dell’eterno fluire e dell’eterno stare: “sempre non è una parola, è una cifra, / che quando su di noi crescerà l’erba, / coprirà il tempo e l’ora coi suoi zeri”.
Difficile trovare una sintesi più perfetta del concetto di eternità.
Rapporto intimo e direi quasi amoroso quello del poeta con Venezia da lui prescelta come luogo del suo definitivo riposo.
Affascinato dalla bellezza dei suoi palazzi, dai pizzi verticali delle facciate veneziane li riteneva il più bel disegno che il tempo-alias-acqua avesse lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo.
Un affollarsi di pensieri immagini emozioni andava accompagnando intanto la mia visita finchè – per compiacere un’ombra – volli infilare anch’io tra quei ciottoli – viatico della memoria – ben ripiegato in quattro un pezzetto di carta al quale avevo affidato un messaggio segreto…
Sulla via del ritorno percorsi le Fondamenta Nuove con la sensazione di posare i piedi sulle pietre che anche il poeta aveva tante volte calpestato avendo alla sua destra il più grande acquerello del mondo e a sinistra un paradiso di mattoni.
Ha lasciato scritto ” …questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione.”
Chissà se Venezia saprà essere all’altezza di una tale ammirazione…

Note relative all’autrice: Luciana Moretto è nata a Cessalto (TV) e risiede a Oderzo(TV).
Ha pubblicato presso le Edizioni del Leone la raccolta di versi Notturni misfatti (1994).
Nel 1996 ha vinto il premio Donna Moderna – Mondadori per la poesia con la pubblicazione dei testi selezionati nel volume degli Oscar Mondadori Cento poesie d’amore.
Nel 1997 ha pubblicato la raccolta L’impero del rovo
(Ed. del Leone).
Presso l’editore Lietocollelibri ha pubblicato Di ambra e d’altro (anno 2000).
Suoi versi sono apparsi sulla rivista “Poesia” (Crocetti Editore).

http://www.culturaspettacolovenezia.it/?iddoc=310&page=2