(…) Ammutito per questo cielo che mi toglie la voce, Venezia vecchia esaurita nella nebbia dopo la pioggia notturna tra polveri detriti e balconi devasta la lingua, sfiora appena l’azzimo dell’occhio che non può arrampicarsi nello stupore leggiadro della conclusione, là a un passo dalla luce che storma da secoli nella confusione agile fin sopra le stelle. Svuotato e appena smesso di posare contro un muro corrotto, benché sia autunno la vanità dell’inverno mi raggiunge a discutere di morte con l’ombra mia che senza linfa e costola dell’anima non vale più nulla.
Un legame ci corrode, si spegne sui canali capillari della fantastopoli splendida ma informe dove tutto si conclude per noncuranza e cerimonie. Trasudo, e tu mi chiedi quanto l’illusione e l’acrimonia imputridiscano soffiando con l’odore marino fuso sotto la calce, con quale punta d’amore il granito e la pietra risgorghino da questo squarcio, una bocca di gioia.
Quale seduttore animi Venezia immobile ma veloce a ritrarsi da un’aria succhiante. Rispondo che un tempo bastevole si é chiuso come un fiore di sera, nessun dolore per i gusti notturni, nessun corpo dorma tra luna e indaco. Assaporiamo questa deriva dormiente, la folgore di migliaia di tinte assorte sul vialetto di nubi che portano al sonno remando sui fanghi.
E in quell’istante capirai che il fiore più lieve si é solo assorto a pensare come sbocciare più bello (…).

foto: Giuseppe Zanon-Omaggio a Turner, Venezia, 2010

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