Del resto sembra che non ci sia età più pensierosa della morte che la giovinezza, quando l’eccesso di vita si scontra con il pensiero del suo opposto, ossia il Nulla: “questa vertigine/ di sapere assomigliare troppo alla propria/ morte, di morire vivendo”. Quasi ogni testo di questa silloge è caratterizzato, infatti, dalla presenza di questi due poli gravitazionali opposti.

Anche l’amore, che è, direi inevitabilmente, un altro tema della poesia di Quarracino, è più prossimo al dolore che alla gioia, o, meglio si colloca , problematico e periclitante, sulla soglia  fra l’uno e l’altra: “che dentro piango ad ogni tuo abbraccio”. Oppure è già nostalgia, rabbia, perdita. Accade che, più spesso, esso trovi una figura più rassicurante nella poesia stessa, con la quale il poeta immagina una sorta di relazione fatta di situazioni e di gesti quasi erotici, al punto che spesso è difficile riconoscere la vera identità dell’interlocutrice femminile a cui egli si rivolge.

La ricerca di sé  – e mi sembra nuovo e molto interessante che Quarracino ne abbia fatto l’argomento di un suo testo poetico –   proietta la sua ansia ed i suoi dubbi  anche nel confronto con gli altri poeti. L’oscillazione fra il desiderio di  dimenticarli o, quantomeno, “passare al loro fianco e non dire, non fare/ senza emozioni, indifferente”  ed il riconoscimento di una similarità fra i loro, sebbene “vari mondi interiori”, si risolve, prima, nell’ammissione di un legame ineludibile e, nelle ultime due strofe, in immagini tanto apparentemente divergenti da quelle che le precedono, che il loro significato, ad una prima lettura, sfugge. Eppure sono “i mondi interiori” ad avere generato, ancora una volta, l’immagine dei fondali marini con i pesci che “giocano con i piedi”, mentre da laggiù si scorge una zattera dal quale saltano insieme uomini e bambini; come dire che il viaggio sul mare della poesia si compie insieme, e che esso è salvifico.

Si tratta comunque di una visione onirica, la stessa che ispira le prose, molto suggestive e spesso enigmatiche, che affiancano i testi poetici; e che prose, nel vero senso del termine, non sono, poiché hanno il linguaggio ed il ritmo stesso della poesia, sebbene dominate da un più ampio respiro narrativo.

In quale forma Quarracino abbia proiettato il suo mondo interiore è argomento del quale molto si potrebbe dire, perché senz’altro essa, come scrive Luisa Pianzola nella sua prefazione, testimonia “una voce poetica matura”. Si riconoscono, anche se personalmente elaborati, echi provenienti da Montale, e dai cosiddetti poeti maledetti, in particolare Baudelaire, ma anche da testi musicali da Battisti ai più moderni cantautori. Ma certamente sua è quel suo globale affresco della vita, insieme desiderante e disperato, veritiero ed onirico.