Non ho mai davvero riflettuto sulle ninfee di Monet.
Le ho sempre guardate distrattamente.
Inizio a chiedermi – ora – cosa possa attraversare la mente di qualcuno che, ad un certo punto della sua vita, decida di dipingere sempre lo stesso soggetto,
nelle sue variazioni di colore e stagione.
Un’attenzione infinita.
Uno sguardo così attento da finire per dissolversi entro ciò che si osserva. Se lo sguardo e l’oggetto si compenetrano, se questo non è più davvero esterno, non può essere visto
nel senso che normalmente diamo a questa parola.
Forse è anche per questo che i contorni sono così sfumati.
È come se chi guarda fosse lui stesso
all’interno di una vibrazione acquatica.
Oppure come se lo sguardo fosse rimasto fermo così a lungo
da registrare per sovrapposizione tutti gli infiniti
impercettibili movimenti di una superficie d’acqua
e dei fiori che vi galleggiano sopra.
Come una fotografia con un tempo di esposizione lunghissimo.
Un annullamento orientale.
Oppure, una pace trovata.

“Non c’è più niente da chiedere, perché quello che voglio davvero
è quello che ho: questo stagno, davanti a me, adesso.
Questo stagno e queste ninfee.
Io sono l’acqua, e i fiori, e la mia mano che prende il pennello,
e la tavolozza.
Io sono uno sguardo che diventa un gesto
che disegna uno sguardo”.

foto: Claude Monet-Water lilies (the clouds)

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