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…/ L’infanzia che m’ha dato/ Questo caro sgomento mio d’esistere/ …
Giovanni Giudici
(da Prove Del Teatro, 1953)

Mi cambio e mi nascondo
Al di là gli abiti del mio corpo,
al di qua le sue spoglie.

La tenda trasparente nelle trame rotte.

Poche volte mi è capitato di entrare dentro una scrittura così fortemente corporea e cogliere l’intensità della autrice nel cantare ogni effetto che gli eventi le cuciono addosso. L’immediatezza del cogliere con i cinque sensi l’espandersi del dolore, del vuoto, della recita a soggetto della vita, del sé che guarda dentro le trame rotte della tenda creano un diretto contatto poeta – lettore in uno spazio borgesiano di dialogo espansivo o meglio congetturale.
Pregevole l’elaborazione grafica della copertina che fotografa l’animo della poetessa nell’incandescenza magmatica del suo essere, una spirale di mille colori, un fuoco d’artificio nel suo esplodere prima di rifrangersi in mille vie di senso nella costante ricerca di dare voce alla passione e ai ricordi.
tu non eri ancora venuto/ o eri già venuto/ ma non aveva più importanza -È un parlare in solitudine ad un amore finito, con il petto stretto senza più percezione neanche della pelle anzi dolorosamente svestiti di essa Il dondolio/ delle piante selvatiche/ era il solo lusso/ che mi concedevo/ come un sacchetto/libero solo al vento e ancora cadrei nelle tue braccia/ fischiando il mio canto un legame che pur riconosciuto, non accetta ruoli né perdita d’autonomia. Appeso al muro l’abbandono di nuda svestita marchia a sangue la fisicità del dolore. Passati d’amore, di forte sentire, di sofferte lontananze spingono le gambe alzando ed abbassando la gamba/ nella melma/ … lo sentivo, ero spinta/ …Guardando le nuvole sfilacciate/ E le rose sfiorite nel loro sapore di maggio e profumano di nostalgia anche le lettere, le cui parole non inviate restano appese all’anima e alle “gambe”. Parlando sottovoce e scrivendole di me// Senza lettere, senza carta, senza dire, Senza tutti quei senza/ …era così che mi muovevo, lisciandomi/ L’ansia e mangiando una catenina d’oro -E l’immediatezza della scrittura di Barbarah Guglielmana offre una successione senza respiro di immagini, sogni, fantasticherie della creazione poetica in un “non tempo” e “non luogo”. In questo spazio l’autrice arriva diretta e accoglie il lettore nella dimensione più ampia di un’umanità condivisa e dismette l’abito dell’io lirico. Rimango sul ponteggio della mia esistenza,/ Sostenuta da un’impalcatura di vecchia muratura
Forse il mio spogliarmi/ sembrava la stessa cosa che il vestirmi, senza pensarmi corpo.
Ma è sempre corpo quello che irradia l’anima e la fa bella E oggi nella nebbia un sorso di pazzia divina// E di nuovo vergine, ancora una volta/ Un capriccio della musica che non invecchia/ mi ha rifecondata. La natura nel suo essere foriera di rinnovamento ed eternità suggerisce lo stacco dal quotidiano, la libertà della follia, la sazietà del cogliere bacche e boccioli E il rossetto me l’ero quasi tutto mangiato, ma gli angoli della mia bocca/ ricordavano che avevo sorriso e se anche quelle lacrime si staccavano come mandorle mai la poesia dell’autrice è dimentica della grande ed unica occasione che offre la vita, quella di sentirla ovunque, di gustarla, di morderla questa vita così breve che non possiamo lasciare senza un senso. Scoperte scompigliate/ dove il tempo è fuggitivo e/ l’uomo ripara cadaveri di sogni -La vita è qui, sembra suggerire l’autrice, è da saper cogliere, e aver il coraggio di guardarci dentro magari davanti alla propria tenda dalla stoffa logorata dagli anni e aperta al rimandare al cuore i ricordi d’infanzia con il segno della pioggia disegnato con il nonno su tanti fogli, tanti fogli, tanto tempo e divertimento, quaderni su quaderni con il campanile della chiesa del paese, righe dritte e righe oblique/ un po’ oblique a destra e un po’ oblique a sinistra e il verso si ripete intonando un cantilena che fonde la musicalità con il colore della nostalgia che si scioglie in carezzevole andamento ma in quella chiesa con due campanili/ quando ci torno penso ai nostri disegni,/ che conoscevano già la strada della vita/ dritta e obliqua/ obliqua a destra e obliqua a sinistra/ in salita e in discesa, tra terra e il cielo/ con noi in mezzo/ a disegnarci -Forse è necessaria la ferita della tenda apertura al passato e proiezione al presente per ritrovarsi interi senza spegnere le luci del sipario.

Patrizia Garofalo