di Bonifacio Vincenzi

Quando il 3 agosto del 1914 la Germania dichiara guerra alla Francia, innescando in pratica gli avvenimenti drammatici e sanguinosi della prima guerra mondiale, l’antropologo francese Robert Hertz non godeva ancora di quella fama che dopo la sua morte avrebbe avuto e che lo avrebbe poi collocato tra i grandi “classici” come Durkheim e Mauss, tanto per fare dei nomi.

Robert Hertz, insieme a molti altri esponenti dell’intelligencija francesce, non si era tirato indietro e si era arruolato per difendere il confine francese dall’attacco dei tedeschi, per poi cadere al fronte all’età di 33 anni, durante “l’inutile e assurdo attacco di Marcheville: trecento metri di pianura allo scoperto, sotto il fuoco di ben appostati mitraglieri tedeschi, il 13 aprile 1915.”

Ora, qualcuno potrebbe chiedersi, cosa c’entra Robert Hertz con l’utimo libro di poesia del veneziano Sebastiano Gatto, Voci dal fondo (LietoColle), una raccolta di poesie inserita nella prestigiosa collana Gialla, diretta da Augusto Pivanti?

foto Robert Hertz

Qualcosa c’entra. Robert Hertz ha scritto quello straordinario saggio che è Etude sur la représentation collective de la mort dove dimostra come nelle società primitive l’evento morte venga avvertito come scandalo, disordine, contagio e di come per l’insieme sociale tutto questo rappresenti un rischio perché mette l’individuo non solo di fronte alla sua vulnerabilità e precarietà ma anche alla certezza che l’evento prima o poi riguarderà anche lui.

Che il primitivo sia latente in ognuno di noi è più che noto e si manifesta in alcune reazioni che in poesia Gatto ha colto molto bene; reazioni che oltre alla morte comprendono anche la malattia che generalmente precede l’evento morte e il lutto che è la conseguenza dell’evento.

Prendiamo la poesia “Cioccolatini” inserita nella prima parte del libro e che Gatto ha intitolato Corsie e dove affronta con gran parte delle sue possibili variazioni il tema della malattia:

(…)In pochi accettano i cioccolatini
offerti dai malati:
appena appoggiati sul comodino
si infettano (…)

Questa reazione ben colta da Sebastiano Gatto è quella tipica della paura primitiva che ancora sopravvive nell’individuo e che vede il binomio malattia-morte estremamente contagioso.
La poesia “Al paese di mia madre” inserita nella seconda parte del libro intitolata, appunto, Mia madre, recita così:

Quando c’è un lutto,
in casa del morto si appresta
un banchetto e si apre la porta
al viavai dei saluti.

Il terzo giorno il corteo dei parenti
scavalca per lo meno venti ponti
sui quali il prete poggia
un pane intrecciato e dell’acqua.

È il numero di ponti a stabilire
se facile sarà – per il defunto –
emigrare, da dove è sempre stato,
all’aldilà.

Questa tradizione espressa poeticamente da Sebastiano Gatto riguarda una specie di periodo di tirocinio che l’anima del defunto deve compiere prima di allontanarsi definitivamente dal suo corpo e dal luogo dove è sempre stato. Anche questo con le diverse sfaccettature è stato affrontato da Robert Hertz nel suo saggio antropologico e sociologico sulla morte.
Concludendo bisogna dare merito a Sebastiano Gatto per aver affrontato temi così difficili come la malattia, la morte e il lutto cogliendone gli aspetti più reconditi ed esprimendoli con intensità e capacità poetiche non comuni.