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Il bambino, “figura” dominante della silloge , (e che soltanto in un tempo ancestrale, senza memoria, con la pelle dipinta vigilava l’ingresso della grotta, cioè l’infinito e tumultuoso caleidoscopio dell’inconscio) vi fa il suo ingresso già violato e derubato della sua innocenza  (colombe/ dal palmo delle mani, all’unisono/ dileguarono) e dei suoi sogni (e fui scaraventato/ per la prima volta nel mondo// muro dentato, assassino di gigli). La violenza subita ha un tempo (tutto accadde nella prima infanzia), un luogo (l’asilo), una serie di responsabili: il custode che gli proibisce di uscire a giocare e lo assilla con sciocchi indovinelli e dispute retoriche, i piccoli compagni (i cannibali in grembiule azzurro), e la natura stessa: animali malvagi, come il corvo o il cervo ingannatore, cavalli infoiati, il lupo, le lumache, ma anche l’albero dai cento occhi. Tutta la realtà è percepita dal “bambino” come una lunga minaccia che determina una serie di azioni di difesa, di rintanamento, di isolamento in luoghi solitari e bui. Gli aggettivi del bambino: barbarico, furibondo, pericoloso, nudo,  ribelle, stanno a significare che i suoi traumi non sono stati superati e che ormai la lotta consiste nel cercare di domarlo, di dimenticarlo.

L’adulto, evidentemente, non ci riesce, anzi sembra esserne succube: ne sente i pianti, le urla, l’irrequietezza; proietta il suo disagio sulle cose della realtà e perfino nei sogni notturni; poiché quel “bambino” l’assedia senza pietà tanto che Si arriva a sentirsi minacciati/ da un semplice mazzo di fresie,/ dall’eccesso del suo rigoglio quasi innaturale. Da quest’ultimo sentimento sembra scaturito il titolo della silloge, L’assedio di Famagosta,  che rievoca uno dei più strenui e feroci assedi della storia , alla fine del 1500, che si concluse con la vittoria dei barbari: i Turchi.

All’autore va riconosciuto il coraggio di mettere in scena i suoi mostri, nudamente, senza filtri (nemmeno la poesia lo è), di mostrare la sua fragilità psichica (c’informa perfino sui farmaci che assume), di farci partecipi di quell’immaginario sconvolto e sconvolgente che raramente viene versificato, cioè  disposto in una traiettoria allo scopo di dargli senso ed udibilità.

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