di Bonifacio Vincenzi

da http://www.preserreedintorni.it

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In un grazioso libretto di piccolo formato, stampato con cura, tanto che è un piacere  prenderlo in mano e sfogliarlo, Tarcisio Damizia raccoglie trentadue epitaffi lirici (un po’ alla maniera di Edgar Lee Masters) con il titolo che richiama, appunto, quello più famoso del poeta americano, La mia Spoon River (LietoColle).
Da poeta a poeta, così scrive la poetessa umbra Anna Maria Farabbi, nella prefazione: “Mi sono fermata tra le pepite di Damizia per l’originalità della forma: segmenti narrativi, strappi di prosa essenziale e nitida si intrecciano come filamenti di trame esistenziali. Ciascuno è appeso significativamente al vuoto vasto della pagina, con un nero minimo di parole, sufficienti a tracciare le impronte di un individuo, di un passeggero, di un transito. Il guscio narrativo dei testi include una polpa poetica, una scansione interna poetica, respiri, pause, accenti, toni, cromatismi, scelte sintattiche versificatorie. Eppure consonanti e vocali si distendono su un piano orizzontale da margine a margine, come se si dovesse congiungere nella lettura e nella scrittura una sponda all’altra, come se le parole in fila indiana dovessero necessariamente posarsi sul piano, per consegnarci forse un senso più realistico, una forza oggettiva, estranea a ogni caduta sentimentale.”
C’è un giustificato entusiasmo nella presentazione della Farabbi perché la poesia di Damizia veramente merita di essere letta …
“Ora mi mancano i ritorni a casa, un dolore che passa, la notizia/buona, il temporale mentre s’allontana, un refolo che smorza la calura.”
Sul piano stilistico non si può non apprezzare le capacità poetiche di Damizia dove la parola è sempre diretta espressione di sintesi per catturare atmosfere e sensazioni che hanno il pregio di coinvolgere il lettore.