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Chi è Anselmo Secòs se non un semieteronimo del suo autore Daniele Gorret?

Non è scontato innamorarsi della poesia  di Davide Gorret, perché essa non dà tregua, infastidisce come un pungolo, sfascia tutta l’impalcatura su cui si reggono le convinzioni dell’uomo comune, tutti i suoi sentimenti più comuni, compreso quello dell’amore filiale (alla maniera di Cecco Angiolieri) e dell’amicizia, per non parlare della relazione, avvertita del tutto deludente ed ipocrita, fra uomo e donna.

Il lettore si sente scorticato dai contenuti espressi da un linguaggio a sua volta sottoposto a dècrassage, che l’autore opera per restituire – cito le sue parole – “il nitore e lo splendore della Parola Originaria”. Infatti, benché lo avverta pulito e perfettamente comprensibile, onesto e veritiero,  prova un certo disagio di fronte alla sua nudità, privo com’è di sovrastrutture ed edulcorazioni retoriche,  per niente adatto ad indorare la pillola amarissima che Gorret gli offre: “ che questo Mondo è letteralmente insopportabile per tutti” e che la poesia nasce da questo odio.

Nemmeno Céline trasmette tanta cupezza, nemmeno Leopardi arriva a un così profondo pessimismo sul genere umano e sulla vita, nemmeno i poeti maledetti sembrano sottrarsi del tutto alle fascinazioni del mondo, nel momento stesso in cui lo rifiutano.

Ma Gorret è feroce. Tanto più feroce, però, quanto più è stato deluso; quanto più, poco a poco, l’emarginazione dal mondo, operata nei suoi confronti dagli uomini comuni,  si è trasformata nel privilegio di un esilio volontario da tutti i falsi schemi religiosi, etici, ideologici; tanto più irreversibile quanto più egli ha saputo rifiutare una certa Scienza (fondata, fra l’altro, sull’illusione dello spazio- tempo), che ha costruito un sistema assolutamente antropocentrico sulla base di gerarchie di fatto inesistenti.

Gorret, comunque, ha il suo Paradiso personale, un paradiso pre-verbale, ma assolutamente carico di significati,  in cui maestri sono le creature vegetali ed animali. Con esse egli parla quel linguaggio adamico che si suppone intercorresse fra il primo uomo ed il resto del Creato, il linguaggio dei suoni puri e vibranti di sé e in sé.

Tutto questo il poeta lo dice attraverso un personaggio, che può essere considerato, più che un eteronimo, un semieteronimo, come il Bernardo Soares del Libro dell’inquietudine di Pessoa, in quanto  – come quello –  ne assume a grandi linee la biografia, ha una personalità assai simile a quella dell’autore, e soprattutto fa mostra della cultura immensa che egli è andato accumulando in decenni di solitaria ed appassionata lettura.

Protagonista già di altre sillogi, Anselmo Secòs è il dis-umano, il folle, il mostro, come di solito le persone “normali” giudicano i diversi. Eppure, “questo stesso Anselmo a sé, nel fondo/ si vede capace di portenti/ di epifanie, letizie di visioni”, di cose che non hanno una vera evidenza e che pure “per intermittenze” accadono e perciò stesso esistono; sa, quando ammira gli alberi di un bosco, che “ci sono Sensi, sotto, che restano segreti”; trasforma perfino le proprie malattie, che lo affliggono fin dall’infanzia, in segnali misteriosi, quasi metafisici; parla con gli animali,  si cela nei boschi per leggere  la poesia omerica o le Operette morali del Leopardi. Ma soprattutto Anselmo Secòs  scrive versi, e, quando la poesia lo tocca, egli è felice, gli si aprono “porta e cuore”.

A fine lettura, dunque, tessera dopo tessera,  il semieteronimo di Gorret si delinea come un personaggio coerente: ruvido per un eccesso di purezza, solitario per sovrabbondanza di sentimento, deluso per eccesso di aspettative: è questo il senso della citazione  – dal Paradiso dantesco –  che apre il libro : e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe. Probabilmente morire da vivi all’interno del consorzio umano è una sorte comune a tanti artisti eccessivamente sensibili e capaci di pensiero autonomo.

Qualcosa vorrei dire anche sulla qualità di questi testi, che sono delle poesie assai prossime alla prosa, in cui prevale il metro endecasillabo,  per lo più sciolto, il più adatto certamente all’andamento narrativo della poesia di Gorret e a quel gusto epico – di un’epica alla rovescia – che racconta  “le gesta” di un uomo che gli altri  vedono come un eroe negativo. Per il tono severo di condanna del mondo e dei suoi vizi essi fanno pensare alle “Operette Morali” di Leopardi; per il forte risentimento “politico”, nel senso ampio che tale aggettivo aveva per Pasolini,  agli  “Scritti corsari”; per l’adesione a un mondo alternativo  non solo a scrittori come Calderón de la Barca, ma anche a filosofi, mistici, sapienti dell’Occidente e dell’Oriente.

In sostanza, questi quaranta testi poetici di Gorret sono iper-colti, anche se la loro chiarezza espressiva li rende del tutto comunicabili. Ed è anche questo un grosso pregio, segno di composta autoconsapevolezza e di rispetto per i lettori.

Franca Alaimo

15 Gennaio 2016