Potrei accusare la poesia violenta
riesumata a raccordare senso al suono,
per formale abitudine di abusati lirismi
incisi fra solchi d’aria di sogno.
Il dolore dell’esserci, per noi, è mancanza
di sincronia, e la musica interna
che la esprime
suona, da sempre, stolto tentativo
di mettere in punto riso e pianto: accordare
io
e
loro.

Seduti ognuno nella propria stanza
a ricomporre frammenti di un mondo in rifrazione
– per vincere l’ora di solitudine in ritardo –
e disegnare la sensibilità eterna con aste
di parole ingabbiate che hanno
al volo
ali
differite
come gabbiani di montagna: ecco
i poeti.

Scopo della creazione è l’atto (questo sì) impuro:
scrivere di lacrime a chi ride
e di sorrisi alle lacrime
versi inoculati nelle pagine ad ammalare il futuro
per vendicare il torto di Chi ruppe il nostro unisono
in sconosciute
dissonanze.

foto: André Lanskoy-Journal d’un fou III

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