Il modello è con tutta evidenza Shakespeare con il quale l’autore sembra istituire un “serissimo gioco” di rispecchiamento, che, più che formale (infatti, all’interno della forma sonettistica “inglese”, circola nei testi di Sambi un linguaggio vivo, contemporaneo, talvolta perfino colloquiale, che racconta situazioni nuove), vuole mostrarsi  affine alla sostanza intima dei sonetti del celeberrimo Bardo. Il primo movimento d’avvicinamento al modello s’inscrive nell’itinerario di viaggio che i due amici compiono attraverso le contee dell’ Oxfordshire e di Warwikshire  e che ha come tappa fondamentale Stratford-upon-Avon (a cui si ispirano ben quattro testi), città natale di Shakespeare, la cui tomba nella cattedrale della Santa Trinità viene fatta oggetto di una visita che dà luogo sia al secondo movimento: quello “dell’intimità” che si stabilisce fra traduttore (Sambi lo è, e magistralmente) e l’autore tradotto; che al terzo e più convincente: quello di una situazione amorosa identica (nel terzo sonetto si allude chiaramente, senza citarlo, all’editore John Benson (1640) che, per puritanesimo, trasformò tutti i pronomi maschili dei sonetti scespiriani in femminili) e, perfino, di una somiglianza fisica del suo amico al fair Youth dell’autore inglese: come l’altro, egli ha, infatti, il colore di cielo degli occhi ed una luce fisica che è rispecchiamento dell’altra luce interiore che s’irraggia sulla tessitura luminosa dei paesaggi naturali e dalla quale è, a sua volta, intrisa. Ma certamente il culmine di questa sovrapposizione va ricercato nell’inserimento, all’interno dei suoi sonetti, di uno, il 104°, di Shakespeare, il quale sottolinea quel sentimento del tempo che non soltanto fa da sottofondo alla vicenda raccontata, ma alimenta in Sambi il suo modo di essere al mondo e di raccontarlo nella scrittura. Tale sentimento del tempo abbraccia sia la letteratura che, come si è già detto, offre un eterno presente nel quale ogni lettore può rispecchiarsi, sia la speculazione filosofica (da Agostino a Bergson ed oltre).

In questo senso va anche letto l’amore per la tradizione (e non solo letteraria, ma culturale in genere, come si evince dai tanti riferimenti a musicisti e pittori), la quale offre moduli formali e sostanza sentimentale e intellettuale alla parola del presente. Essa permette, grazie a questa sua relazione con la memoria individuale, anche un processo di mitizzazione del dato concreto: così va letta, a mio parere la poesia introduttiva in cui il riccio, umbratile creatura, si trasmuta nella notte di freddo senza luna in un camoscio solitario, obbedendo ad una leggendaria metamorfosi di cui l’autore si fa testimone. Ovviamente è presente il ricordo di Ovidio, ma la fiaba corrisponde alla reale trasformazione di un rapporto amoroso che via via si allontana in una dimensione leggendaria: Tornerà, se tornerà più di rado/ a nutrirsi alle sue mani in attesa. L’ispirazione classica viene ribadita dall’invocazione alla Musa che, invece, di aprire, chiude il testo, mentre il congedo è rappresentato dal testo Postilla, esempio di scrittura metapoetica.

Tanto mi sono soffermata sulla prima sezione del libro, poiché sostanzialmente i temi che la caratterizzano non mutano nelle altre, dove forse assumono una maggiore libertà ed immediatezza espressive, in quanto la forma chiusa viene abbandonata, ed altri metri e ritmi (tra i quali anche quelli dell’haiku) caratterizzano i versi,  in cui le figure retoriche vivono, vivide ed efficaci, come nel testo senza titolo -a pagina 58- che è una lunga, bellissima similitudine fra una rondine che calibra al millimetro la parabola sulla superficie del mare perché non sa nuotare e lo stesso autore che si abbevera alla chiarità dell’amato, al suo ricordo, solo per attimi puntuali per paura di annegarvi dentro.

 

 

27 Novembre 2015