… riportiamo l’articolo su di lei apparso sul numero 296 (settembre 2014) della rivista Poesia di Crocetti editore, che reca lo stesso titolo dell’antologia pubblicata da LietoColle: Per un fantasma intimo e segreto.

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 Per un fantasma intimo e segreto

Commentando durante un’intervista1 alcune poesie della raccolta si alguien tiene que ser después (2010) dedicate alla madre, Juana Bignozzi ha rivelato che tali poesie erano state scritte molto tempo prima, ma non pubblicate perché estranee al disegno complessivo dei libri precedenti. Il tema delle origini, delle figure dei genitori e dei “miti” e degli ideali da essi trasmessi all’unica figlia, è però ben presente in tutto il percorso poetico della Bignozzi, e dialoga di continuo con quello della lontananza dalla terra natale e dall’amata Buenos Aires. Ma mentre esibisce, o finge di esibire, le vicende biografiche dell’autrice, questa poesia si appropria di diverse esistenze, di diversi destini, riuscendo a delineare il ritratto di una generazione, delle sue sconfitte, della problematica sopravvivenza delle sue idee.

“Mio papà era operaio panificatore; mia madre, operaia di fabbrica. La vita che ho fatto non ha niente a che vedere con la vita per la quale nacqui. I miei genitori mi aiutarono perché fosse così; mi fecero studiare invece di mandarmi a lavorare”2. Nata nel 1937 nel quartiere di Saavedra, alla periferia della capitale argentina, da una famiglia con una precisa identità politica di sinistra e con valori (come l’amore per la cultura, o una concezione della donna decisamente progressista per i tempi) che resteranno impressi per sempre nella sua coscienza, Juana compie la sua formazione negli anni che vedono la nascita e l’ascesa del primo peronismo, ed entra poco più che ventenne nel gruppo “El pan duro”, che propugna una poesia militante. Vi conosce tra gli altri Juan Gelman, Héctor Negro, Juan Carlos Portantiero. È l’unica donna presente nel gruppo. Nel 1960 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Los límites, seguita da Tierra de nadie (1962) e da Mujer de cierto orden (1967); è già evidente in queste prime prove il lavorìo sulla lingua, l’ampliarsi degli orizzonti culturali di riferimento, la distanza da una poesia, praticata da molti in quegli anni, che sia mero veicolo di contenuti politico-sociali.

Come per altri membri di “El pan duro”, anche per Juana all’inizio degli anni ’60 si produce un allontanamento dal partito comunista. S’iscrive all’Università, ma non termina gli studi. Lavora, per periodi più o meno lunghi, come giornalista, assistente sociale, contabile. Nel 1970 sposa Hugo Mariani, e nel 1974 la coppia lascia l’Argentina per l’Europa. Vivranno a Barcellona per un trentennio. Non si tratta di un esilio imposto, bensì di un allontanamento volontario (ma quanto doloroso!) dettato soprattutto da ragioni ideologiche, alle quali ben presto si sommano quelle economiche, impedendo il rimpatrio della coppia. Juana si mantiene con quello che sarà il suo lavoro per tutta una vita: la traduttrice. E tradurre diverrà la metafora di una condizione esistenziale, quella dell’esule: “tradurre da un lato dell’oceano all’altro/dai poeti giovani ai poeti della sua generazione/dalle sue vecchie amiche alle sue nuove amiche/tradusse qui la sua vita che deve ritradurre nel suo Paese” (da Interior con poeta).

Sono anni di viaggi per l’Europa e di studio appassionato della grande poesia europea. Tra i nomi degli autori più amati, che ritroviamo anche in epigrafi e dediche, alcuni italiani: Montale, Caproni, Bertolucci, Pavese. Ma nell’opera di Bignozzi sono numerosi anche i riferimenti alle arti figurative (soprattutto alla pittura), alla musica, all’opera lirica. Il trentennio trascorso nel Vecchio Continente si configura in questa poesia da una parte come sradicamento, dall’altra come recupero e conferma dei miti culturali, in gran parte di ascendenza europea, nei quali la poetessa era stata educata: “ora camminando per lontane e mitiche città/sono il tuo trionfo/tu hai fatto questa figura che percorre luoghi che mai conoscerai/ma che per sempre sono solo tuoi/tu li hai sognati io li conosco” (da “Supiste quién era…”).

Nel 1989 le edizioni Libros de Tierra Firme, dirette da José Luis Mangieri, pubblicano la raccolta Regreso a la patria (Ritorno in patria); dal 1990 Juana ritorna ogni anno in Argentina, ma si stabilirà definitivamente a Buenos Aires soltanto nel 2004. Nel 1993 esce Interior con poeta, e nel 1997 Partida de las grandes líneas. La pubblicazione di questi libri, e di un dossier del prestigioso Diario de poesía dedicato alla sua opera (1998), contribuiscono a farla riconoscere come una delle voci più alte della poesia argentina del secondo Novecento. Nel 2000 l’editrice Adriana Hidalgo di Buenos Aires pubblica la “obra reunida” La ley tu ley, che comprende Mujer de cierto orden, Regreso a la patria, Interior con poeta e Partida de las grandes líneas, nonché il gruppo di poesie inedite che dà il titolo al libro.

Adriana Hidalgo ha pubblicato anche la raccolta più recente della Bignozzi, la già citata si alguien tiene que ser después (se qualcuno dev’essere dopo), nella quale sembra accentuarsi il senso della poesia come sfida all’idea di sconfitta, sia individuale (si vedano le molte poesie sulla vecchiaia), sia storica. Vi ritroviamo tutto l’amore per la propria città finalmente riconquistata, ma anche un rapporto tormentato, quando non una decisa contrapposizione, con la sua società letteraria. Un rapporto espresso in modi ora ironici (“Mentre le mie colleghe scrivono i grandi versi della poesia argentina / io metto a bollire i fagiolini / signora mi disse il verduriere né grossi né fini puro burro”), ora più risentiti:

 

ormai nessuno sa di cosa parli

è tutta una storia ignorata e indecifrabile

che innamora per sempre solo quel fantasma

 

si scrive sempre per un fantasma

per un conto pendente e occulto

per un fantasma intimo e segreto

la sua presenza fa i poeti

 

(Da “en medio de mi furia y mi tristeza…”)

 

Se non fosse per quei fantasmi, per quelle voci amate, chi la circonda le farebbe credere “che il senso comune/la via di mezzo la lindura l’equanimità/abbiano vinto la guerra” (da “Por ustedes queridas voces…”, in Regreso a la patria). Fantasmi che attraverso le prove di una vita intera hanno visto cambiare la materia di cui sono fatti “dalla fragilità alla durezza/altri dicono/dalla qualità comune alla preziosa” (“Giro 1937”).

“Il pathos di Juana Bignozzi deriva dalla sua resistenza a seppellire ciò che ha amato” (D.G. Helder, prologo a La ley tu ley3). La nostalgia, che pure percepiamo nei versi di Bignozzi e che può essere nostalgia di un’epoca, di una città, di rapporti amicali, è un sentimento che non concede nulla al patetismo né tantomeno alla rassegnazione, temperato com’è dall’ironia e sorretto da uno spirito combattivo che si proietta spesso verso il futuro, nel quale immagina “figli che non ho avuto che torneranno a scegliere i loro nemici/gli renderanno di nuovo difficile la vittoria finale” (“comprémosle unos jazmines…”). E ancora, nei versi iniziali di “Poema para el recuerdo de una ideología” (in si alguien tiene que ser después): “la gente per bene seppellisce i suoi morti/io non ho morti da seppellire/ciò che sembra fantasma/discorso superato anacronismo/è una voce che parla vive la città”. La coscienza di un fallimento storico, quello della sinistra argentina, si unisce alla rivendicazione della validità e dell’attualità di molte di quelle battaglie e di quei valori, e allo sguardo lucido e disincantato – ma non pessimistico – sulla società contemporanea.

Come afferma Beatriz Sarlo, il lettore che si accosta per la prima volta a questa poesia resterà colpito da “la perfezione del verso, la musicalità discreta, che sorge dal non contrariare il tono della lingua orale colta, dall’evocarla senza copiarla. Ammirerà inoltre la nitidezza delle idee e non soltanto la bellezza delle immagini, l’intelligenza sostenuta dalla distanza ironica, ma non così ironica da trasformarsi in sarcasmo, e sempre orientata da una dimensione morale che esclude il cinismo. […] Si tratta di una poesia che coordina con apparente facilità la densità culturale e la densità dell’esperienza, la cui prima persona parla da un sapere che si appoggia su una miscela originale di sensibilità e storia”4. E D.G. Helder, nel prologo citato, ci invita a diffidare dell’apparenza piana e accessibile del suo stile, sottolineando “il carattere complesso degli enunciati di Juana Bignozzi, come se avessero vari strati e smentissero i risultati di una lettura rapida o eccessivamente letterale. Buona parte dell’incanto della sua poesia – che non si mostra a prima vista – sta nelle sfumature e nei contrasti, nel gioco delle accezioni, nella breccia che si apre e si chiude tra letterale e figurato, particolare e generico, individuale e collettivo, solenne e triviale”.

 

Note

  1. Juana de cerca, intervista di Mercedes Halfon per Radar Libros – suplemento de libros de Página/12 del 29 agosto 2010
  2. La luz de la edad, intervista di Roxana Artal per Evaristo Cultural – revista virtual de arte y literatura, número 12, 2011
  3. Bignozzi, Juana: La ley tu ley, Notas sobre Juana Bignozzi por Jorge Lafforgue, Prólogo por D.G. Helder, Adriana Hidalgo editora, Buenos Aires, 2000
  4. Sarlo, Beatriz: Juana Bignozzi, articolo sul Suplemento cultura de La Nación, 30 agosto 2000