Non lo so con certezza ma credo che questo sia il secondo libro di Mauro Sambi – a parte un’antologia pubblicata da Campanotto in cui appare –  dopo il bel “L’alloro di Pound” di cui ho pubblicato qualcosa su IE (v. QUI) nel novembre 2010.

Sambi rimane fedele a sé stesso, anche in questo libro, e questo è un bene, perchè la lettura – è una prima ma non banale impressione – restituisce una familiarità di non poco conto, una leggibilità assoluta. Si resta o si ritorna come a casa, in un’aria tersa e complicata insieme che conosciamo bene, in cui quel che c’è da dire viene detto con una apparente semplicità lessicale e metrica che invece è frutto di un lavoro niente affatto facile. Sambi ha scelto la tradizione fin dall’inizio, non credo che nemmeno si sia posto il problema di organizzare diversamente la sua ispirazione, non aveva niente da rovesciare soprattutto perché quella tradizione ammirata, soprattutto quella italiana della grande poesia novecentesca, lo ha accolto, lui istriano di Pola. Come ebbi a dire in altra occasione, la sua non è una poesia “di confine”, anzi, anche in questo libro, lo sguardo poetico è fermamente “europeo” perchè intriso di una cultura più vasta, raffinata e del tutto priva di epigonismi. Hic manebimus optime, potremmo dire con Livio (e anche con Montale). E infatti Sambi sta saldamente all’interno di una convenzione ad includere, non ha la minima intenzione di forzare il perimetro, i confini di un ambiente che poeticamente lo conforta e rassicura.

Anche la forma, qui fondamentale, guarda alla tradizione senza infingimenti. E’ il sonetto che la fa da padrone, quasi ovunque, spesso quello shakespeariano (4-4-4-2) mutuato attraverso le traduzioni che Sambi ama fare del Bardo (ce ne sono diverse già ne L’alloro di Pound), una forma chiusa che, insieme al classico sonetto 4-4-3-3, abbandona raramente. Ma è certamente anche una scelta di rigore, di disciplina quasi scientifica che corrisponde al carattere dell’autore, come già aveva notato Gabriella Musetti nella prefazione a L’alloro di Pound. Insomma, come scienziato (Sambi è è ordinario di chimica generale e inorganica a Padova) lascia la sperimentazione ad altri campi, preferendo semmai la raccolta di sentimenti o suggestioni che passa sempre al setaccio culturale, per lui irrinunciabile, che le intride e le riempie di echi. Il libro percorre un tragitto, un prima durante e dopo di un viaggio, una storia affettiva e sentimentale tra Padova e Oxford e dintorni, una andata e un ritorno malinconico perché forse il ritorno è anche un distacco. Il nucleo centrale della raccolta è la sezione “In illo tempore” che riguarda appunto la permanenza in Inghilterra insieme alla persona che lo accompagnava, tutta descritta e scandita, come si conviene all’indole poetica dell’autore, in chiave di regret  shakespeariano. E’ qui a mio avviso che si trovano i testi migliori, bilanciati tra narrazione (dei luoghi, dei fatti) e ascolto di sentimenti e percezioni, sempre affrontati con estrema leggerezza. Il Diario d’inverno è il diario elegiaco di una stagione metaforica che volge al rimpianto e alle ombre, di uno “scontento” – per usare ancora le parole del Bardo – forse in attesa di una nuova “gloriosa estate”.

Se il libro mostra qualche debolezza (ma è poca cosa) rispetto alla cospicua prova de L’alloro è forse perché, io credo, c’è in Sambi, quando parla più intimamente di sé, una sensibilità e una necessità di difesa a cui fa fronte da una parte la cultura come elemento, come dicevo, di rassicurazione, dall’altra una discrezione (o forse una timidezza) che un pò filtra i suoi versi, li protegge da tracimazioni emotive. Del resto è certo, perché sono parole sue, che la poesia necessiti di una “gabbia” (v. post citato). E non è un caso, ancora, che il libro sia dedicato “al Doppelgänger”, il doppio, l’altro da sé e in sé, lo specchio che si osserva con timore e attrazione. Ma resta indubbio il suo valore poetico (v. ad es. l’ultimo testo qui presentato), e il fatto che nella sua poesia risieda (sempre citando Musetti) “una interrogazione pacata ma non per questo meno profonda”, soprattutto quando parla d’amore, luogo – secondo l’autore – di un limite “che porta a sfiorare il confine tra tempo e non-tempo, ma contemporaneamente ne sancisce l’invalicabilità”. (g.c.)

da In illo tempore

Stratford-upon-Avon, II

Fu quando scendemmo verso la chiesa
della Santa Trinità e mi chiedesti
cosa provassi a visitare i resti
del Poeta che ho tradotto e – sorpreso –

non risposi; non avevo pensato
a questo. Fu così che intercettasti
un raggio di me e me lo rimandasti
con discrezione. Entrammo dal sagrato

stretto tra gli alberi. Sta qui, secondo
Hofmannsthal, il compito forse più
delicato dell’amicizia, e tu
l’avevi assolto. Ritornati al mondo

sfiorammo il nodo dell’Onlie Begetter
da lontano. Cosa muove i sonetti?

25 gennaio

Warwickshire, Oxfordshire

L’autobus scivola nella campagna
stillante un pulviscolo d’acquerugiola
così sottile che quasi non bagna
i vetri; ogni sguardo grato è un indugio

tra le glorie del verde. Qui ti chiamo
al tuo futuro e presagisco che ogni
refolo può staccarti dal ramo
condiviso; il tuo irrequieto bisogno

di cose concrete non consola
la mia inquietudine crescente; pesi
gli accenti per eludere la sola
risposta che vorrei. Tra pochi mesi

la tua scelta scoppierà (e sarà vano
il presagio) come una bomba a mano.

29 gennaio

Cotswolds

Come nel fitto di foglie forato
dalla macchina nel rapido viaggio
tra le radure, nel buio raggrumato
in grovigli che neppure il vantaggio

della luce sa sciogliere, così
nel segreto di te un’ombra dice
l’irrequietezza, il fondo oscuro di
accidia che traspare in superficie

solo allo sguardo attento. Il nulla scava
anche il tuo centro, apparente miracolo
d’equilibrio – là intravedo la chiave
del tuo riserbo. Ma gioia senza ostacoli

la mia quando tu, persuaso dal suono
dei miei versi, dicessi “Qui io sono”.

25 gennaio

Oxford, I

Troppe piccole porte nel cortile
della Bodleiana fanno toccare
con mano la sventura secolare
della classificazione, sottile

incerta necessaria dissezione
del tutto nelle parti: un poco o un tanto
va sempre perduto. Di più t’incanta
il gioco d’ombre che un’apparizione

breve del sole inventa sul selciato
a partire da un cancello di ferro
di All Souls. Forse distratto, non afferro
subito tutto il fascino implicato

in quell’impronta fugace, ma tu
distilli anche per me la sua virtù.

25 marzo

Oxford, III

I grifoni tra le guglie e le creste
di St Mary; le maschere mutevoli
nei fregi di Magdalen; la foresta
sul portale di Merton, col benevolo

unicorno accostato al maggiorente
genuflesso – scolpiti nella pietra,
immobili, raccontano un pungente
paradosso alla ragione che arretra

confusa: la metamorfosi colta
nell’atto del suo farsi e congelata
per sempre nel sasso, la vita tolta
alla vita a salvarne la durata…

Sarà così di te in questa scrittura
chiusa, di te che spezzi ogni armatura?

8 febbraio

Padova, III

A tarda estate giungono segnali
da lontano: dalla costa algherese,
da remoti promontori e crinali
siciliani, dai sentieri di ascesa

al Passo delle Farangole, dove
ti affiancano in silenzio due stambecchi
e fuggono i camosci; scrivi “piove”
dal bosco dei violini, pieno di echi

che riverberano perfino nell’
sms che mi mandi alla fine
di agosto, già prigioniero io del
tran-tran di sempre; indugi sul confine

dell’assenza – è la prova generale
del distacco, dello strazio, del male.

13 febbraio

“[…] Un abbraccio. T.”

Quanto potrebbe durare un abbraccio
tra noi due, ci pensi mai, non bastasse
a suggerirlo l’istinto, col ghiaccio
tuo o mio che avesse la meglio? Ci sta, se

ci pensi, stretto il corpo, in questa cosa
alta, tutta di sguardo e di scrittura
sottotraccia, tangente, che non osa
– se anche sfiora – il centro, e qui la paura

del dorso ispido, tuo e mio, gioca un ruolo
certo. Ti parlo, mi parli, a distanza.
A faccia a faccia manca la parola
aperta, il gesto irriflesso, l’alleanza

resta presbite. Non conosce sbocchi
quest’afasia. Mi mancano i tuoi occhi.

21 gennaio

postilla

(Catenine, collanine di suoni,
corde di sicurezza nell’abisso,
di sinalefe in sinalefe fisso
le vostre fragilissime giunzioni

e mi chiedo cosa portiate dentro
i vostri nodi, sospese in un vecchio
arnese incrinato, il piccolo specchio
ustorio che il bene il male concentra

in un fuoco e l’incendia, per salvarne
l’essenziale (per quel che vale), puri
attraverso il fuoco, dove suppuri
il morso la ferita nella carne

che passerà. Ora basta, tornate
al silenzio, vecchie corde abusate.)

18 febbraio

da Futuro interiore

UN FIORE AZZURRO

Ein Mal
jedes, nur ein Mal. Ein Mal und nichtmehr. Und wir auch
ein Mal. Nie wieder. Aber dieses
ein Mal gewesen zu sein, wenn auch nur ein Mal:
irdisch gewesen zu sein, scheint nicht widerrufbar.
Rainer Maria Rilke, Die duineser Elegien, IX, 13-17.

Passo delle Farangole, 27 luglio 2012

Qui nel tuo cuore a luglio c’è sempre un po’ di neve
e giusto sulle labbra a non volerne esagerare
un filo d’acqua gelida in caduta dalla roccia
e spazio tra le cime con nuvole veloci che la luce
la luce sfrangia e finisce come il tempo che ci è dato.

Qui nel tuo cuore si soffre a passo a passo
la fatica dell’ascesa impastata a ogni gesto
ogni sasso provato col piede semmai regga
perché è facile cadere nel vuoto spalancato
da un errore nell’ocra verticale delle forre.

Qui nel tuo cuore la gioia è tutta interna
ma evidente nel ritmo stesso del respiro
nella qualità dello sguardo e del sorriso
nel tono della voce e nel colore del silenzio
gremito di indugi, di confini, di consenso.

Qui nel tuo cuore a luglio tutto ti assomiglia
la vastità      la verticalità      l’ampiezza
l’inaccessibilità di enormi spazi e l’asciuttezza
l’improvviso gelo ove sopraggiunga l’ombra e
la solitudine portata come un fiore.

Qui nel tuo cuore nulla è superfluo, nulla è molle
ogni cosa è essenza scabra e pura, è pietra conficcata
in petto al cielo, è l’acqua che la scioglie, è poca
vita viva con tenacia; qui si tendono le corde
dell’essere, l’acquisto e la perdita, la fonte.

Qui nel tuo cuore la coscienza della morte
è tanto più acuta quanto più compiuta è la bellezza
dell’istante che offrendosi svanisce, e la bellezza
ferisce, oh se ferisce, perché è arduo credere
del bene che è passato: irrevocabilmente è.

Qui nel mio cuore a luglio il tuo cuore lascia un segno
di ogni bene passato che resiste: l’effimero sentito eterno
sul bianco della pietra – tutto luce, senza terra –
di un piccolo fiore azzurro, un nontiscordardimé.

Note dell’autore:

Stratford-upon-Avon, II
Sono in noi certe qualità che noi stessi non ravvisiamo mai nel risultato di una nostra opera, né avvertiamo nella reazione del mondo; eppure sono le più preziose, e esserne consapevoli affretterebbe il corso del nostro sangue: intercettare tali raggi e rimandarli è il compito più delicato dell’amicizia.
Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici (Traduzione di Gabriella Bemporad)

Warwickshire, Oxfordshire
“bomba a mano”: oggetto di una e-mail di commiato.

Padova, III
“dal bosco dei violini”
Il bosco di Paneveggio, tra Passo Rolle e la Val di Fiemme, provincia di Trento. Il cuore incantato dei Monti Pallidi.
Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti.

Nota di redazione:

L’esergo di Un fiore azzurro è ripreso, come citato, dalla IX delle Elegie duinesi di R.M. Rilke:
Ogni cosa una volta, una volta soltanto. Una volta e mai più.
Ed anche noi una volta. Mai di nuovo. Ma questo
Essere stati una volta, pur solo una volta:
Essere stati terreni, appare irrevocabile.

Scritto da G.Cerrai

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