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«Cava la terra che accoglie il seme (…) Cavo (creux) il corpo dell’uomo nel quale (…) è da ricercarsi l’origine della musica» (Nota dell’autore). In fondo la poesia è parola risonante, parte dalla cavità di un io per offirirsi alla cavità di un tu, di un altrove.

La prima sezione di questa raccolta – “Il pavone dell’alba” – ha un timbro amoroso, conosce attraverso i sensi con immagini di grande presa: «sento il tuo volto venire adagio / lungo le piume del tempo / portare il colore del pavone nell’alba» (p, 17); «c’è un uomo che abbraccia / la pelle degli alberi» (p. 18); «regalami quel fiato / che diviene frammento» (p. 19); «e il piumone, delle cose, divenne corto, // si fece marmo» (p. 20).
La seconda sezione si intitola “In un tempo più lento” e i versi quasi restano sospesi, attendono la generazione di nuova vita: «ho tagliato i capelli alla terra / ho vangato il suo cuore di madre» (p. 27); «regalami un’eco / della nuova esitenza / che in grembo ti danza» (p. 28); «anche lui, come noi, / vuole stare e non stare / in quell’unico luogo / che ci ha fatto da madre» (p. 29). Possiamo già da queste poche citazione notare come il metro, pur essendo libero, è molto musicale (non mancano settenari, ottonari, decasillabi, ecc.) ma viene accuratamente mantenuto lontano da cadenze uniformi e prevedibili, ogni poesia è in questo senso sorprendente contenendo forme chiuse, anche abbastanza estese, inframmezzate magari da rime ad altre assolutamente aperte.
La sezione successiva – “Pieghe del quotidiano” – narra-e-cuce le increspature emozionanti e coinvolgenti della vita famigliare, lavorativa, relazionale con le infinite risorse del linguaggio poetico: «in questo / cinguettìo morbido dei ricordi / rivedo i vostri volti / (…) / e si cons_umano le ali / ferrose della musca / (…)» (Figli, p. 42); «vi vedo far breccia / dalla caverna materna / uscire dal grembo / nuotando nella frattaglia placentare» (p. 43); «ora, dalla tua stanza, guardi fuori, / sostenuto da un cuscino / di memorie e dolori – di fronte, la via cava / e tesa, la soglia in_certa di una / solitudine sospesa» (a Pigi, p. 46).
La quarta sezione è “Teoria delle ombre” di tono direi filosofico-esistenziale: «Appariamo: ed è svanire. / La bidella, col suo sacco, / se ne va, nell’aldiqua» (In the corner, ad un collega, p. 51); «lo gnomone con la luce / ci ridona un’ora d’ombra / (…) / troppo tardi troppo presto» (Teoria delle ombre, p. 54); «scende sul parabrezza una lacrima di vita / non aziono il tergicristallo / la lascio vivere, libera, di scegliere la sua meta» (Una goccia, p. 56).
La quinta sezione è teologica già dal titolo: “Il Dio che viene”. Qui vengono poste questioni che ci proiettano in una dimensione mistico-artistica: «l’io vuole liberarsi in Dio… // Ma per un triste incidente / per un’insana m_io_pia, / l’uomo moderno dell’occidente / ha letto la frase in modo diverso: / l’io vuole liberarsi da Dio…» (Venezia, monastero benedettino di S. Giorgio, ad Antonio Mistorigo monaco, p. 62); «è il dio / che svelandosinega / in pertugi imprecisi // spesso in strappo di tela» (Il dio cavo, a L. Fontana, p. 65); «Paracleto ha ricamato il tuo grembo / soffiato e fiammato con orme di verbo / ardendo ha plasmato un embrione () / bucaneve lirico spuntato a mondare / l’afrore di un’umanità incinta del male» (Madonna Litta, a Leonardo da Vinci, p. 67); «dove andate così senza pelle / con i volti dipinti sul vuoto?» (Processione, a Guido Polo pittore, p. 69).
C’è sempre una doverosa attenzione di Parolini al corpo dell’essere umano, una tensione fra materiale e spirituale che è quella che nutre l’anima e ci rende cavità accoglienti sia per il prossimo che per il Prossimo (che del resto si è fatto carne, in-cavandosi).
L’ultima sezione è “Ansiaverde” e pare immergersi nel paesaggio (naturale o artistico) come finestra aperta sull’ineffabile: «insolitudine estrema: / la stasi si annuncia nel volo / che non riesco a dire a parole // la crosta si disfa / nel fuoco del grano» (Campo di grano con volo di corvi, a Vincent van Gogh, p. 82); “la natura ha i tempi docili /delle forme semplici, / lo sguardo cavo della necessità» (Tasainari, Val dei Mocheni, p. 83); «la pietra scavata è nidodellacqua…» (Arte Sella, Valsugana, p. 88); «sulla lingua di ghiaccio ritirata / ora è il giorno dell’uomo / ma l’orma dei sauri rimane» (a Coccobill, cane della vita, p. 89); «fòlaghe e morette / accarezzano l’acqua / – maschere adagio   su vetro piombato – » (Toblino, p. 90, la poesia che chiude il libro).
Quest’opera ha uno stile inconfondibile: nonostante la varietà dei versi utilizzati, dal libero al novenario da filastrocca, da quello brevissimo all’ottonario doppio, c’è una grande sapienza retorica, filosofica, spirituale che caratterizza la mano dell’Autore e il suo dettato – in cui si inseriscono come gemme anche brani in dialetto e parole rare – risulta sobrio e sofisticato al tempo stesso, sempre vibrante, perturbante e risuonante come solo la vera poesia (forse non troppo lontana dalla preghiera) sa essere.