Introduzione di Maurizio Cucchi

 

Note di passaggio è un’opera prima, di un’autrice non propriamente giovane, ma che ha trovato, gradualmente, una sua via di meditazione lirica nello stile, che le ha consentito di pervenire a un esito, questo, di pacata saggezza poetica. Sono diversi i temi e diverse le soluzioni stilistiche di questo libro. Cesarina Vegni, infatti, compie in questi testi una ricerca del sé più autentico, una ricerca condotta con discrezione, per un bisogno di onesta ricomposizione estetica di un quadro di vita dalle varie sfaccettature e sfumature. Si muove essenzialmente alla scoperta di un fondo di verità nel reale, oltre la scorza della routine, ed è una scoperta che le suggerisce il bisogno, poi, di testimoniarne di dar forma alle impressioni che l’hanno attraversata. Il suo pensiero le riporta a galla svariati personaggi, che affiorano dalla memoria, personaggi legati a vicende della quotidianità o degli affetti, ma tra questi personaggi figurano, in fondo, anche i poeti delle sue letture, i maestri della sua officina, gli autori esemplari dai quali, a volte ha preso dichiaratamente spunto, come Sereni, Raboni, Majorino, Krumm, essendo ben consapevole, Cesarina Vegni, che la poesia può nascere da altra poesia e che senza il paziente lavoro di laboratorio è impossibile pervenire a soluzioni non effimere. Troviamo in queste Note di passaggio la città di Milano e i suoi mutamenti nel tempo, ma anche altri paesaggi, acquatici o di montagna, legati al ricordo, che si fa sempre più insinuante e insieme amico.

Troviamo una costante ricerca di luce, nel segno di un’accettazione dell’esserci che è un carattere vivo di questa poesia. Una poesia che si svolge su registri espressivi diversi, da quello di una delicatezza lirica molto lombarda, al frammento narrativo, fino all’uso, davvero persuasivo, della prosa poetica, in un alternarsi di modalità toni che realizzano un felice movimento interno all’intera raccolta.

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Autobiografia

 

Da sempre ho paura.

 

Così lascio sbiancare il viso, accelerare il polso. Poi inspiro fin dentro

la gran cassa del mio torace e punto lo sguardo sul quotidiano:

Nord,Sud. L’ago inutile gira su se stesso.

 

E se mi lasciassi scivolare nella mia paura? Non opporre mai più il

corpo al corpo Ecco… s’immerge, gira con la corrente, cambia il suo

verso, si allunga e si raccoglie nello scorrere e poi riemerge dopo il

frastuono delle rapide

 

Date

 

Date d’inizio e fine, numeri

fra loro vicini o lontani per sorte,

numeri più scuri della pietra che

chi passa legge.

 

Fra i cipressi ora i nostri passi sconnessi inciampano nel ricordo incerto di un

posto una fotografia una tomba ,al tempo della nostra stupìta giovinezza.

 

Ama lei

 

Ha corso in una notte di bagliori e rincorso

tram fra scintille di ferro. Non riusciva

a fermare la sua corsa, un continuo rimbombo

di suoni fino a quella piazza di zampilli,

come pioggia e pioggia sui passanti.

Lì si è seduta, modesta,

a cercare quieta la testa

accoccolata fra le mani, se stessa.

 

 

 

 

 

sulla superficie ferma della luce.