Dalla prefazione di Mary Barbara Tolusso

 Gli affetti domestici è il titolo di questa raccolta d’esordio di Giacomo Dall’Ava. Un titolo semplice, essenziale, a cui segue una struttura altrettanto lineare: una prospettiva dilatata di ciò che si compie all’interno e all’esterno delle mura di casa. Scritture e corpi vengono qui convocati per tentare di costruire una cornice – forse instabile e necessariamente mobile – di quella dimensione che cerchiamo di indicare con il termine «spaesamento», che ci riguarda estremamente da vicino. È la dimensione, se si vuole, dell’osceno, quel luogo che, per una paradossale forma perbenista, si dovrebbe non rappresentare, non poter fare immagine, sottraendola da ogni tentativo di verticale e impudica descrizione, di delimitazione. Proprio per questo nulla come “la famiglia” è votato alla possibilità di una scrittura creativa, sostenuta com’è dal contrasto, da un affetto che si misura (anche) con l’odio, da una pulizia che contiene anche il (suo) sordido. È inoltre una delle più rilevanti dimensioni che lo scenario complessivo del pensiero contemporaneo tenta di contenere – sia per le innumerevoli forme e derive dell’epoca, sia per il vigore con cui si impone e si rinnova – e che proprio per questo ci incalza.

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Tagliaunghie
Dallo sforzo sovrumano sembrava un eroe
un semidio di quelli
che leggi nell’epica e basta.
La lingua fuori dai denti e la tensione
strizzata dentro le labbra
contratte a trattenere l‟impegno
che pareva audacia.
Finito il taglio poi
buttava le unghie al lato del letto
dalla parte del muro,
perché sua madre non le trovasse in terra
e lo convincesse chissà
al’agio della vita di casa.