Di padre in figlio

Boia fu mio padre e prima ancora il padre di mio padre, Cos’altro potevo diventare io? Quand’ero ancora più basso del tavolaccio che occupava il centro dell’unica stanza che dividevamo in otto, mi abituai alla presenza di funi, all’odore del grasso, allo spaventoso luccichio delle mannaie dai lunghi e tozzi manici.

Avevo paura di guardare mio padre quando, la sera prima di un’esecuzione, controllava che tutto fosse in ordine. Non poteva sbagliare. La gentaglia, mi diceva, vuole lo spettacolo, ma chi deve morire implora solo che la notte senza stelle giunga rapida come un lampo.

Quando ragazzino aggiunsi qualche filo di muscoli alla pelle molliccia della fame, cominciai a stare al fianco di mio padre. Lui era due passi accanto al ceppo, l’impugnatura della mannaia tra le mani, legambe larghe e la testa nascosta da un cappuccio di sacco sfilacciato. La morte non doveva avere volto e ai voluttuosi assetati di sangue bisognava negarlo: sarebbe apparsa poca cosa un uomo avanti con l’età, la fronte sudata e gli occhi sconvolti dal peso del macello.

Mio padre morì. Io avevo da poco compiuto i 28 anni. Feci una croce su una pergamena e, come il Consiglio della città si aspettava, presi l’incarico che da sempre apparteneva ai primogeniti della mia famiglia. Ammetto che mio padre era molto abile anche nell’impiccagione: dopo aver appeso centinaia di anime perse gli bastava uno sguardo per capire il peso del condannato e scegliere la fune della giusta lunghezza. Io, invece, ancora oggi torno all’orrore della mia prima esecuzione con la corda: un villico enorme, evacuando e dimenandosi furiosamente, ruppe la trave superiore del castello e precipitò in un gran fragore nella sua stessa lordura. Morì comunque con l’osso del collo spezzato. Pace all’anima sua.

Presto feci l’abitudine a sentire implorazioni, a vedere uomini forti, robusti e fieri piegarsi per chiedermi di aiutarli, ad essere scansato e guardato di nascosto per la strada da chi conosceva come guadagnavo un tozzo di pane e qualche pinta di birra. Sopportavo le grida e le lacrime, il sangue che mi investiva a fiotti e la folla che m’incitava a calare la mannaia.

La domenica delle Palme era stata fissata l’esecuzione di un uomo che aveva ucciso un parroco dopo aver rubato un crocifisso d’oro nella sua chiesa e spezzato le gambe a un contadino nella fuga.

Mai mi veniva detto il nome di chi saliva i gradini verso il cesto e il ceppo. E così fu anche quella volta. Ma il condannato portava pure lui un cappuccio. Salì incespicando, vacillando più volte. Tremava sotto un camiciotto sudicio, a brandelli. Non parlava. Terrorizzato, si erse in un ultimo sforzo di esser uomo ma poi si lasciò andare sulle ginocchia davanti al ceppo come un agnello mansueto e fiducioso. Posò la testa. La piazza urlava. Fui rapido a sollevare la mannaia e a calarla possente dove il fasciame del collo lo trattiene alle spalle.

La testa schizzò nel cesto mentre il sangue sprizzava gorgogliando.

Ma, di sotto, il tumulto chiedeva il volto dell’assassino. Presi la testa decollata, sfilai il cappuccio e tesi il braccio. La mostrai diritto a me, a destra e a sinistra. La folla, come colta da un contagio improvviso, lesto dall’uno all’altro, tacque.

Posai la testa e vidi Martino, il fratello che la natura misteriosa volle mia copia perfetta, indistinguibile.

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