dal quotidiano “L’Arena”

A vent’anni dalla morte, l’editore LietoColle propone «Dialoghi con Iosif Brodskij» di Solomon Volkov (pp. 400, 20 euro). Pubblicato negli Stati Uniti nel 1998, tradotto successivamente in molte lingue, il libro per la prima volta appare in Italia, proponendo un’immagine originale e coinvolgente del grande poeta e drammaturgo russo, naturalizzato statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1987, nato nel 1940, morto a New York nel 1996 e sepolto nel cimitero di San Michele, a Venezia, accanto a un altro «gigante» del ’900, Ezra Pound. In questi dialoghi, che affrontano un arco temporale di 15 anni, Brodskij racconta l’infanzia nella Leningrado assediata e poi i suoi inizi di poeta 15enne, la condanna per «parassitismo» e la detenzione in manicomio, fino all’espulsione dall’Unione Sovietica e all’arrivo negli Stati Uniti. «Questo libro potrebbe essere una guida del territorio artistico ed esistenziale di Brodskij», spiega Volkov, che incontrò il poeta russo in Inghilterra «per registrare su nastro le discussioni sui temi poetici e biografici che consideravamo importanti per una appropriata comprensione dei suoi scritti». Il lavoro di Volkov e quello di Jakov Gordin (che firmò la prefazione alla prima edizione russa dei «Dialoghi») contribuiscono alla comprensione e alla conoscenza dei fatti esistenziali e dei versi del poeta russo, tanto più che la voce di Brodskij ci aiuta notevolmente alla decodificazione della sua lingua poetica che, come accade ad ogni grande autore, cela nella sua sintassi e nel suo vocabolario lo spirito dei suoi versi non sempre lineari e umanamente chiari. Un esempio della poesia di Brodskij: «Cosa contiene il ronzare di un fuco?/ E quello di una macchina volante? Vivere/ sta diventando sempre più difficile,/ quanto fare un castello con le carte da gioco/ o costruire una casa di chicchi d’uva./ Tutto è instabile (un soffio e vola via):/ capanne in fango, pensieri, famiglia./ Notte sulle rovine dell’aùl./ Sul suo cammino sotto a sé pisciando olio,/ il ferro si raggela. La luna per paura/ diaffondare in uno stivale spalancato, va/ a nascondersi nelle nubi, come nel turbante di Allah». La poesia di Brodskij rappresenta un’anima russa stretta tra la volontà di dipingere le belle immagini del suo pacifico paesaggio naturale e la sofferta dignità di osservare le sue calme e distese bellezze, offuscate dalle brutture di un regime che gli concede soltanto di descriverle inframezzate alla crudeltà di chi governa. Brodskij passò la metà della sua vita subendo e accettando con un senso di forte tolleranza questo stato di cose fino alla massima frustrazione, quando nell’ospedale psichiatrico di Arkhangelsk, nell’alta Russia, subì l’ennesimo processo per «parassitismo» e ne sopportò la squalificante accusa, subendo oltraggi alla personalità superficiale e interiore. A questo proposito vale la pena rileggere questi pochi versi: «Ora non sono più laggiù. E di questo passaggio/ di stato si stupiscono, forse, solo i vasi all’Ermitage./ La mia assenza un gran buco nel paesaggio// non ha fatto; un inezia: un buchetto, piccino./ Lo copriranno muschi e ciuffi di lichene./ Senza infrangere, a non dir altro, l’armonia dei toni». Ma c’è anche l’altro Brodskij, che Volkov riesce ad estrarre e portare alla luce, un tratto pieno di «tenerezza e infinita malinconia». Nei suoi «Dialoghi» non è mai invasivo, anzi molto spesso porge domande come pungolo gentile, pronto anche a suggerire il fulcro della risposta che il poeta, a sua volta, porge con tutta la linearità di cui è capace. Si potrebbe dire che tante volte le parole del poeta russo sono completate dall’arguzia di Volkov come un’anticipazione di ciò che Brodskij dirà in seguito. Volkov stabilizza il suo «interrogatorio» nel modo più dolce e cauto per non ferire la sensibilità dell’artista. E il risultato è una lettura gradevole, che offre un’immagine singolare di uno dei grandi poeti del ’900.