E se, almeno per un attimo, provassimo a rovesciare il senso comune? Perché – dico – non ipotizzare l’idea che su scala planetaria stiamo vivendo un’epoca neo-alfabetica? Come se proprio oggi, proprio adesso, la scrittura (e la lettura: dopo ci torniamo) stesse vivendo una seconda giovinezza: un vero e proprio rinascimento, come tale suscettibile di spalancare futuri rosei e utopici. Saremmo di fronte al trionfo della literacy, garantito e legittimato dalla diffusione proprio del digitale, della telematica, della Rete.

Poco importa, in questo senso, che modi vecchi di individuare le sacche di analfabetismo a volte ci suggeriscano che le cose non stanno proprio così, e che anzi il numero di persone capaci di intendere testi elementari a ben vedere è in aumento… No, non dobbiamo lasciarci distrarre da indicatori di antiche prestazioni, con ogni evidenza desuete, non più attuali. Come se oggi avesse senso interrogarsi sulla centralità del giornale quotidiano, o sulla capacità di capire istruzioni cartacee – ad es. quelle di un elettrodomestico – che quasi nessuno si sogna nemmeno di prendere in considerazione.

Pensiamoci: sui dispositivi più vari, a partire naturalmente dal vecchio laptop e dall’ormai non più tanto giovane smartphone, la gente passa la giornata a scribacchiare secondo le più varie strategie. Tweet, messaggini, email o romanzi-fiume (la nostra è l’epoca della narrativa massimalista e della fan fiction), poco importa: si vive piegati su schermi e tastiere, leggendo-scrivendo in continuazione. È spesso uno scrivere selvaggio – lo sappiamo fin troppo bene –, che se ne impippa di galatei e grammatiche. Ortografia, punteggiatura, sintassi: tutto a volte sembra vacillare, essere messo in crisi. Ma tant’è. E comunque, a ben vedere, mai come in questo momento ci sono in giro tanti giovani narratori che non saranno dei geni, non ci faranno rimpiangere né Balzac né Proust né Gadda: ma che scrivono maledettamente bene. Persino troppo bene.

Qualcosa sta accadendo, senza dubbio. Qualcosa di bello.

Questa immensa macchina compositiva cacofonica ma anche stranamente corale e convergente dice di una nuova età. L’età della scrittura potenziata.

Riconosciamola, diamole il benvenuto, teniamocela cara. E soprattutto impariamo a lavorarci assieme, a farcela amica. A capire come rafforzarla.

 

Andrea Miconi

Sono d’accordo con te, è tempo di fare i conti con le previsioni catastrofiche sulla fine della cultura scritta (che non hanno senso, come tutte le facili previsioni). La proliferazione della forma scritta è evidente in ogni momento; basta pensare ai social media, o ai commenti in rete. Curiosamente non abbiamo prestato troppa attenzione a questo processo: a mia memoria, se ne parlò negli anni ‘90 in merito alla prima diffusione degli sms – ad esempio con il concetto di “oralità scritta”, che circolò brevemente – e poi non più. Credo ci siano due ragioni principali, a spiegare questa disattenzione: da un lato il fatto che la cultura delle immagini è esplosa in maniera ancora più vistosa, e dall’altro quello a cui fai riferimento tu, la trasformazione della lingua scritta in un sistema di segni impazziti, e in una struttura più elastica e deformabile, che rende più difficile orientarsi e tirare delle conclusioni.

Come al solito, si tratta di capire cosa resta e cosa si trasforma. La domanda che rimane sotto traccia, ma che credo tu abbia in mente, è se e quanto questo straordinario disordine (post, tag, commenti, memi, sms, e-mail) possa generare un nuovo ordine. E qui ovviamente il punto in questione non è più solo la scrittura, ma la testualità, ovvero l’assemblaggio dei segni in un’unità capace di produrre senso ad un livello superiore di scala. Difficile a dirsi, perché hai ragione nell’osservare che, negli anni della frantumazione della scrittura, la produzione testuale ha reagito con una soluzione opposta, quella delle opere massimaliste, dei romanzi interminabili, che paradossalmente vendono di più di quelli brevi, nel tempo sincopato del Web.

Come sempre, la realtà è un bel campo di spinte e controspinte, che manda in pezzi ogni categoria di sintesi: è il bello del nostro lavoro, secondo me. Rimane da capire quali assemblaggi verranno prodotti nel mezzo, e qui torno ad un tuo breve accenno alla fan fiction. Credo che potenzialmente questa sia una forma dalla notevole potenzialità, se non in termini estetici, su cui è difficili giudicare, in termini di efficacia simbolica; e in certo modo, è qualcosa che può ricondurre nel dominio della scrittura tutto quel mondo che alla scrittura sembrava sfuggire, per diffondersi in altri comparti dell’industria culturale. Il fatto che la fan fiction sia così diffusa tra gli adolescenti è il segnale di una vibrazione che si inizia a percepire; anche se dove ci porterà, davvero non so.

 

Paolo Giovannetti

Né so molto io di fan fiction, a dire il vero.

A questo proposito, però, vorrei provare a mettere a fuoco tre questioni con cui dobbiamo fare i conti, e che forse un po’ smorzano – dovrebbero smorzare – gli entusiasmi.

Il primo punto è quello che riguarda – se così si può dire – i dispositivi simbolici, i modelli che presiedono alle nostre sintesi verbali, alla costruzione di un senso condiviso che passi anche attraverso la parola scritta. Se, per esempio, in Italia prendo in considerazione un romanzo di Wu Ming e lo metto a confronto con una qualsiasi delle serie TV americane che funzionano bene, scopro che una gran quantità di modelli narrativi invarianti viene a galla con una nitidezza stupefacente. La fattura dei personaggi è quasi sempre la stessa. Gli uomini sono o figli dei detective della scuola hard boiled anni 30-40 o discendenti del vecchio Eastwood (difesa della famiglia, onore, idealismo maledetto…); le donne capitalizzano la spregiudicatezza delle femme fatales cinematografiche, e le riportano nell’alveo della famiglia o di una coppia solida. Quanto familismo c’è in giro, anche dentro gli intrecci più coraggiosi! Per non parlare dei meccanismi comici o del plotting: ridiamo di situazioni che sono sempre le stesse (tragicommedie giovanili, padri e madri inadeguati…) e ci appassioniamo ora al mélo ora al desiderio di vendetta.

Insomma, l’esplosione di un certo tipo di storytelling di qualità – quello televisivo – ha comportato una semplificazione delle possibilità espressive, l’impiego di schemi ricorrenti gustosissimi ma inevitabilmente limitati. Non c’è nulla di male, se non il rischio che le nuove scritture (a partire appunto dalla fan fiction) finiscano per inalvearsi qui, finiscano per rifluire in una grammatica dell’immaginario tutto sommato già scritta.

 

Andrea Miconi

Anche io ho una posizione indecisa, un po’ come mi sembra la tua. Da un lato, questo flusso di narrazione in certo modo trans-mediale – romanzi, serie Tv, film, qualche escursione nei videogiochi – si schiaccia certamente su plot abbastanza consolidati, senza grandi invenzioni: in questo senso, è curioso come una grande proliferazione di titoli non porti ad una maggiore diversificazione stilistica, come in linea di massima ci si dovrebbe aspettare. Credo che proprio l’ambizione trans-mediale giochi la sua parte: scrivere per diversi formati significa da un lato dover ragionare sui costi di adattamento, e dall’altro insistere sulle trame narrative più efficaci, quelle che si possono replicare più volte, livello dopo livello.

Insomma, mi sembra che in tanta narrazione di oggi si trovi quel doppio livello tra ripetitività delle formule e allargamento dei territori dell’immaginazione che è proprio della cultura di massa; però vorrei dire, d’altra parte, di una buona cultura di massa. Anche i prodotti più pop, come i soliti Romanzo criminale e Gomorra, hanno certamente un merito, che è quello di trattare finalmente il lettore come un adulto, e non tanto per la rinuncia ad un fondo buonista, che è la cosa più discussa ma secondo me meno importante. Mi sembra che invece alcune tecniche – certi tagli narrativi; l’uso delle ellissi; la fotografia poco indulgente degli adattamenti video – portino finalmente il racconto fuori da quella dimensione dell’ovvio, in cui quello che accade è vissuto e previsto in anticipo mille volte, il decorso narrativo già digerito, la morale della storia spiegata in modo esasperatamente didascalico. In assoluto non è nulla di rivoluzionario – siamo sempre ai precedenti che citavi tu – ma in qualche modo è un progresso.

 

Paolo Giovannetti

Però, la parola grammatica dovrebbe incuriosirci un po’: si starebbe profilando qualcosa come un sistema di nuove convenzioni, attivo (appunto) su scala planetaria, e suscettibile – dialetticamente – di eccitare tante, nuove infrazioni?

 

Andrea Miconi

E chi lo sa. Di innovazione c’è certamente bisogno, soprattutto sul piano morfologico, ma sembra che andando avanti sia sempre meno probabile: servirebbe, forse, una nuova semi-periferia emergente, toccata ma non ancora modellata dalle correnti dello stile globale. Ma dove sta? In Africa, come si è detto a lungo? Nelle periferie metropolitane? In quelle parti del mondo che continuiamo a schiacciare sullo stereotipo – che so: folle di fondamentalismi o dittatori feroci – senza la minima curiosità per la loro capacità di inventare storie?

 

Paolo Giovannetti

Il secondo punto – più interno alla scrittura – ha a che fare con la radicale delocalizzazione e destoricizzazione di quello che succede ‘dentro’ in nostri dispositivi alfanumerici. Se ne parla da quando la videoscrittura in Rete si è imposta, ed è però una delle questioni su cui – mi sembra – c’è stata una riflessione teorica meno accurata. Rispetto ai mondi del libro (o, per lo meno, del libro non ancora entrato in Internet) e in genere della scrittura su carta, non c’è dubbio che quanto ogni giorno facciamo con le nostre tastiere sempre meno è nostro, sempre meno è rinchiudibile dentro uno spazio proprietario. Mentre scriviamo siamo letteralmente ovunque, cioè in nessun posto; ci confrontiamo con una sincronia di testi, apparentemente priva di storia (se c’è una cosa difficile da fare – come è noto – è disporre cronologicamente i risultati di una query realizzata con un motore di ricerca). Dialoghiamo con una massa incalcolabile di pagine che ci si spiattellano davanti facili facili. Tagli, copi, incolli, uniformi il testo: e il gioco è fatto. Nella Rete va in crisi la proprietà intellettuale, ok, e si aggirano tanti pirati. Ma è Internet che ha creato, favorito, propiziato la sensazione che tutto sia di tutti; che uno spazio davvero separato non esista e che dentro quello spazio-non spazio ci si possa muovere liberamente.

Come insegnante, paradossalmente, il mio compito è ormai quello di mostrare i paletti che ci sono e che la gente (gli studenti come tutti i fruitori naïfs) non coglie (più). Certo. Non vedo cosa altro dovrei fare, anche perché esistono nella nostra società meccanismi di sanzione che stigmatizzano certi comportamenti grosso modo riconducibili a quanto di solito è detto «plagio».

Ma è vero che viviamo in una realtà fatta di sampling assidui, di interpolazioni e di montaggi socialmente condivisi (hai presente come lavora la cosiddetta ‘stampa’?), e forse dovremmo ripensare alla radice tanti aspetti del nostro sapere.

[Una confessione. A me a volte verrebbe voglia di arrestare il flusso inerziale di queste procedure. E di chiedere di smettere di scrivere, per fare altro – come per esempio riflettere e soprattutto leggere. Ma mi sembra una di quelle petizioni di principio un po’ patetiche, che non spostano nulla.

O, magari, mi capita di pensare che sarebbe meglio scrivere solo attraverso patchwork di testi altrui; però dichiarati come tali, esibiti nella loro ruvidezza di brandelli. Come in un collage vero. Anche qui, l’eccesso di rigore (da scrittore della neoavanguardia) rischia di essere eccessivo, idealistico, volontaristico.]

 

Andrea Miconi

Secondo me qui siamo indietro, rispetto alle previsioni. Dopo un quarto di secolo di Web, ci si poteva aspettare di più: in fondo tutta la letteratura sul mito dell’ipertesto, già negli anni ’90, aveva immaginato l’avvento di una forma di scrittura del tutto nuova, che onestamente non si è vista. In assoluto, al di là dei soliti esperimenti – i romanzi via sms, la scrittura collettiva – siamo sempre al mito del remix o mash-up, o comunque lo vogliamo chiamare. Si tratta di un fenomeno epocale, come dici tu, a livello di diritti d’autore e copyright: lì le cose cono cambiate per sempre, anche se può non piacere (e a me non piace, per certi versi). A livello espressivo, però, si tratta di esperienze già tentate da mille avanguardie: il fatto che le procedure siano più facili e più veloci non mi sembra abbia aggiunto granché.

 

Paolo Giovannetti

Forse è meglio – arrivando al terzo punto – accettare l’idea che tutto (che moltissimo) è cambiato e che è necessario stare dentro le questioni rischiando fino in fondo. Io ho creduto molto, e credo ancora, nell’esistenza di quell’“oralità scritta” a cui fai riferimento. Così come agisce nella lingua parlata un registro cosiddetto informale trascurato (lo usiamo tutti nella sfera privata, e non solo), perché non ripartire da un confronto con quanto succede in questo curioso ibrido fatto, allo stesso tempo, di segni scritti e di una parola pronunciata, (ri)masticata?

La verità è che vediamo in questo nuovo registro solo un mostro, un pericolo per la cultura. Ti ripeto che il primo ad averne paura sono io, se non altro perché una parte del mio lavoro didattico è cercare di correggere certi strafalcioni, nati da questa confusione tra il mezzo scritto e il mezzo parlato. Ma forse potemmo ragionarci sopra in un altro modo, con meno affanno e più pacatezza. Paradossalmente, potremmo imparare qualcosa da un mondo in cui le nostre grammatiche funzionano sempre meno. Non perché pensiamo che le vecchie grammatiche non servano più. Anzi. Ma solo per capire se il diverso sia in grado di allargare la sfera della nostra consapevolezza, di arricchire i codici.

In questi casi si dice: “Boh!” Tu cosa ne pensi?

 

Andrea Miconi

Mi sembra sia stato Gabriel García Márquez a gettare il sasso: aboliamo la grammatica, perché è inutilmente difficile, e non riesce a contenere la necessità delle persone di scrivere. È una bella immagine: la fortezza della grammatica che frana, sotto la spinta dell’espressività del mondo. Ma poi, da docente più che da studioso, torno a chiedermi: ma la deregolamentazione non è un’indulgenza eccessiva verso il mercato, verso l’abbassamento della qualità, verso la retorica neo-liberista del fare anziché studiare? Insomma, il mondo va verso quella direzione lì: multi-tasking, semplificazione della scrittura, e così via. Ma noi cosa dobbiamo fare, come università – o anche come lettori forti, come critici (un tempo avremmo detto come intellettuali, ma non pretendiamo tanto)? Assecondare il flusso, o provare o far passare un’istanza diversa?

 

Paolo Giovannetti

E poi: continuiamo a lasciare sullo sfondo la lettura, i nuovi lettori, i nuovi modi di leggere. Anche di questo potresti dire qualcosa tu, in quanto vero studioso di media (mica un dilettante come me!) che inevitabilmente il polso del lettore medio lo sente meglio…

 

Andrea Miconi

Sarebbe interessante ragionare sull’origine del cambiamento: si è frammentata prima la scrittura, o prima la lettura? La tecnologia ha modificato direttamente lo scrivere, oppure ha agito sulla soglia dell’attenzione, e chi produce testi ha rincorso il processo? Nessun dubbio che leggere oggi possa significare cose molto diverse, ma da mediologo il dubbio è questo: è nata una nuova forma di lettura, oppure le piattaforme digitali l’hanno resa più evidente, e quindi l’hanno fortemente legittimata, portandola a retroagire sul piano dell’espressione? Penso in primo luogo al concetto di lettura estensiva, ovviamente: l’industria culturale di massa aveva già messo a regime, in fondo, la lettura distratta, frammentata e superficiale. E a rigore, penso anche a tutti quegli atti di lettura che non abbiamo mai considerato come tali, e che somigliano a quelli oggi evidenti: ad esempio le cartoline, le scritte sui muri, la corrispondenza privata, i biglietti scambiati a mano, i diari, i volantini. Quanta parte della lettura di prima era fatta da questa lettura povera? Sarebbe interessante verificare come ne hanno parlato non tanto i critici – che difficilmente escono dalla dimensione testuale compiuta, se non per canonizzare esperimenti anti-letterari che sono assai più sofisticati e più snob di quelli compiuti – ma gli storici, gli antropologi e i folkloristi, che hanno indagato le pieghe nascoste della civilizzazione (pensa a quei meravigliosi studi di Carlo Ginzburg sulla sapienza impura degli uomini comuni del ‘500).

Su questo, siamo tutti cresciuti con un Baudelaire un po’ stantio: lettore, ipocrita, mio simile, fratello. Prendiamola sul serio: ma quanto volevamo – noi che per mestiere leggiamo e scriviamo – che il lettore medio diventasse davvero come noi? Ben poco, credo, perché la distinzione tra colti ed incolti ha sempre funzionato come dispositivo di potere, e ci faceva comodo. Vent’anni fa, all’inizio di questa grande trasformazione, il mio maestro, Alberto Abruzzese, se la cavò con una bellissima immagine: solo un lettore forte può capire un analfabeta, esattamente come un bulimico può capire un anoressico. Oggi la questione sembra la stessa, ma ribaltata: abbiamo forse bisogno di somigliare ai nuovi lettori, per non sentirci fuori dalla storia? Senza ipocrisie, ti dico quello che vedo: tutti leggono con minore pazienza, i professori universitari usano articoli in pdf anziché libri, girano con tablet di vario tipo, e non c’è niente di male. Però, scusa se chiudo con un’osservazione reazionaria: con il pieno rispetto che ho sempre avuto per chi non legge – perché un sociologo può fare tutto, ma non esprimere giudizi – non dovremmo rispettare anche chi legge, e magari lo fa come si faceva prima? Io, ad esempio, vivo di due cose: un libro di carta e una matita per sottolineare, e mi illudo che il ventunesimo secolo sia anche per quelli come me.

 

Paolo Giovannetti

Certo, ma la conclusione del tuo discorso non la capisco tanto. Il più intelligente libro sui problemi letterari che negli ultimi quattro-cinque anni mi è capitato di leggere, la Piccola ecologia degli studi letterari di un grandissimo studioso come Jean-Marie Schaeffer, non solo comincia ironizzando su tanti nostri pessimismi – “Viviamo in un’epoca che ama lamentarsi” –; ma soprattutto insinua che appare per lo meno strano denunciare la crisi della lettura in un’epoca in cui si legge quantitativamente di più di ogni altra epoca. Sempre seguendo il suggerimento di Schaeffer, il mio vero problema di storico e teorico letterario è quello di non restare ancorato esclusivamente a un sistema di saperi che nel presente e nel futuro rischia di funzionare solo come tradizione. E poi, a dirla tutta, ho appena passato un’intera mattinata a leggere e sottolineare (evidenziare?) un ebook in inglese su un tema così poco attuale come la poesia lirica.